sabato 6 settembre 2014

Grand Budapest Hotel di Wes Anderson

Esperienze personali: se durante la vostra traversata transatlantica deciderete di guardare un film nello schermo 7 pollici dell’aereo, evitate di far cadere la vostra scelta su Grand Budapest Hotel. Meglio ammazzare il tempo con le commedie soporifere o i documentari sull'arte culinaria asiatica.  Questo lungometraggio merita di essere gustato su uno schermo ampio, meglio ancora se proiettato nella candida sala buia. 
Girato con flemma e profondità dal diligente Wes Anderson, Grand Budapest Hotel è un progetto che sa di fumetto, giallo e fantasy. Non mancano, pertanto, accenni a Tim Burton e Terry Gilliam. Inoltre, è evidente che questa bella pellicola abbracci fortemente una retorica (pacifista) parecchio vicina agli sventurati anni ’30 mitteleuropei. Non è un caso, infatti, che l’autore si ispiri allo scrittore antinazista Stefan Zweig ed a Il Grande Dittatore di Charlie Chaplin.
Wes Anderson entra nell’immagine, esce, mira al caloroso interno per poi allungarsi in panoramiche zeppe di fredde suggestioni. I quadretti del direttore sono candidi, vivaci, tagli intelligenti in cui la regola dei terzi diventa parte integrante del sistema narrante. Tutto è preciso, teutonico; tutto è girato come doveva essere girato (perché allora non godere ti cotanto stile lasciando libero l'occhio di respirare?).
Veniamo alla storia: in essa vi si narrano le gesta del manager di uno sfarzoso albergo alle porte dell’immaginaria Zubrowga (l’eccellente Ralph Fiennes) e del suo garzoncello Zero (l’esordiente Tony Revolori) durante l’orribile ventennio pre-bellico. Paradossalmente non traspare nessun accenno storico reale, nessuna data, nessuna nota specifica: tutto è celato in ciò che sembra ma non è, quasi come se tuttora esistessero delle menti fasciste che pesterebbero gratuitamente un immigrato o sfonderebbero un prezioso Schiele. Tutto nascosto sotto un racconto leggero, a tratti divertente, che vede come protagonisti i suddetti personaggi: uno alle prese con una pesante eredità, l’altro con un amore perduto in una disgrazia preannunciata. L’uno imprescindibile all’altro. I protagonisti lottano, si aiutano, si uniscono per uscire vincitori dalla battaglia contro un’umanità ingiusta e troppo spesso malvagia. Un racconto che, ahimé, scema leggermente di intensità nel momento in cui dovrebbe giungere all’apice della sua forza emotiva. Un racconto che tinge la commedia di nero e che, tuttavia, merita arcane e indulgenti attenzioni.


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