Eravamo in dodici. Un lucano, una pugliese, un siciliano, due campani e
sette calabresi.
Eravamo in dodici. Tutti orgogliosi di aver scelto la strada
più sincera per allontanare un’inesorabile disoccupazione. Allontanare l’ombra
della crisi attraverso un’esperienza nuova, prendendo il sentiero dei tirocini
sottopagati e lasciandoci alle spalle il trivio dell’inerzia, della divisa e
della criminalità.
Eravamo in dodici. Meridionali fieri di passeggiare tra le
strette strade di Siviglia, viuzze che ricordano in modo lampante quelle
genuine della nostra terra natìa, quelle dipinte da Rino Gaetano, Modugno e
Troisi.
Ed è tra quelle strade tortuose che, tra una tapa e una cerveza, ci accorgemmo di quanto sia labile il confine tra kitsch e
pessimo gusto, di quanto sia sottile il confine tra l’indignazione e lo schifo.
Nella patria degli indignados
noi provammo lo ŝchifo nostrano, il
disgusto di chi è nato in una terra violentata ed inquinata dalle
organizzazioni criminali, le stesse che nelle strade andaluse ci apparivano
sottoforma di cartelli eloquenti ed appetitosi di ristoranti italiani. Luoghi
che ci imprimevano addosso quell’enorme marchio indelebile, il marchio malavitoso
che un italiano (un meridionale soprattutto) non può fare a meno di nascondere
con un’ingiusta vergogna.
Lo ŝchifo era nell’accento
del sub-Garigliano di alcuni gestori, di coloro che sceglievano gli accurati
interni, nel sorriso degli spagnoli che mai pranzeranno in un ristorante iberico
dedicato a Francisco Franco e in quello dei tedeschi che mai brinderanno in una
birreria dedicata al Terzo Reicht. E chissà quanto legittimo ŝchifo provocherebbe all’estero “Cucina
Vietnamita da Mr. Nixon”, “Dal Señor Videla solo carne argentina”, “Il miglior
couscous da Monsieur Napoleon”, “L’ora del tè indiano da Miss Vittoria”.
Ma gli stranieri affascinati dal mito hollywoodiano delle
pistole lucide e dei padrini eleganti non sanno, non possono sapere che nella
penisola italiana, in tutta la penisola (appare finito il tempo del solitario
Sud fuorilegge), le mafie sono una dittatura viva e vegeta lontana milioni di
chilometri dalle cineprese americane. Ad essere sinceri, la criminalità in
Italia è più di una dittatura: è una oscura forza coercitiva diretta ed
indiretta che uccide nel tempo e nello spazio. Uccide passato e futuro. Uomini
e dignità.
Le mafie sono uno ŝchifo.
E questo gli italiani lo sanno.
È ora che lo sappiano tutti.
I nomi e gli interni degli esercizi commerciali all'estero con un palese riferimento alla criminalità organizzata vanno cambiati. Ora!
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