The tree of life è uno di quei film senza mezze misure. Puoi odiarlo, puoi amarlo. È un film in
cui le emozioni non hanno il tempo di divenire sentimenti, seppur 138 minuti
sarebbero più che sufficienti.
The tree of life
di Terrence Malick, da non confondere con L'albero della vita di Darren Aronofsky del 2006, si distacca in modo lapalissiano
dall’intera filmografia del regista texano di Waco: La rabbia giovane, I giorni del cielo, La sottile linea rossa
appaiono come verità lontanissime:
forme e contenuti sono palesemente differenti in quest'opera del 2011. La qualità delle riprese, però, non cambia.
Malick è impeccabile, anche questa volta. Anche ora che le
inquadrature prendono forma di capoversi e la cinematografia divora l’amore per la sapienza.
Natura, Dio, bambini, adulti. E ancora durezza e dolcezza. Vita
e morte. Lo spettatore non ne prende coscienza, ma vive gli elementi-chiave attraverso
immagini che oscillano tra jumpcut futuristi e lenti piani onirici (che
fanno della terra e degli organismi viventi uno spettacolo bretoniano). Ed il
suono essenziale della natura, unito ai silenzi della pellicola, funge da
passepartout sperimentale laddove l’ermeticità dei dialoghi si scosta dall’intero
apparato audiovisivo.
Ma come sempre accade, la realtà riappare. Spietata col
pubblico inerme, spietata con una madre incompresa (Jessica Chastain), con un figlio
turbato (Sean Penn) e soprattutto con un padre lacerato dai rimorsi (Brad Pitt).
Come sempre accade, la realtà si mostra cinica agli “avidi
essere umani”, si snocciola nel tempo effettivo di diatribe familiari e limpidi
ricordi.
Ma gli istanti, in The
tree of life, vanno al di là dei frame
del lungometraggio. Il tempo, supremo e risolutore, permette agli alberi di crescere
e agli uomini di esistere e resistere agli avvenimenti della propria storia.
Secondo la mia opinione, The
tree of life è un piacevole macigno. Un film da vedere con gusto ed
attenzione.
Nessun commento:
Posta un commento