mercoledì 26 marzo 2014

Somewhere over the wonderful world: intervista a Luca Romano e Francesco Ferrarelli.

Luca Romano e Francesco Ferrarelli sono due giovani talenti che si sono ritrovati da poco tempo lungo un cammino artistico intenso ed eterogeneo. La musica è per i due molto più di una passione. Luca si dedica a brani propri dal 2008. Idem Francesco che, tra una nota e l’altra, trova anche spazio per scrivere sceneggiature e colonne sonore per cortometraggi. Ma a Roma, si sa, non è tutto in discesa. Entrare nel giro richiede pazienza e determinazione. Doti che, tuttavia, non mancano a questa nuova e fervente coppia di musicisti.
E allora.

La musica è per voi una rivalsa, un obiettivo o un semplice terzo incomodo da tener lì, in un angolo?
Luca: la musica è la mia dimensione, è qualcosa a cui non posso rinunciare, è una certezza, una cosa in cui credere e in cui mi riconosco, la mia vita.
Francesco: la musica nasce come una passione che col passare del tempo è diventata sempre più un’urgenza di comunicare la parte più nascosta di me stesso per interpretare e affrontare la vita nel quotidiano.

Dopo aver percorso due strade più o meno diverse, com’è nata questa collaborazione?
Luca: è nata in un momento in cui avevamo bisogno l’uno dell’altro, all’inizio non avevo capito a pieno quanto fosse preziosa questa opportunità, forse  non ne sentivo  la necessità, non perché non ve ne fosse, ma perché non conoscevo ancora il suo talento così a fondo. Oggi non riesco ad immaginare i brani che ho scritto senza la sua chitarra, spero davvero di continuare a suonare con lui, vorrei che non ci si separasse mai.
Francesco: nasce a seguito di altre precedenti collaborazioni, più sporadiche, nell’ambito di spettacoli teatrali e reading. Non è stata una cosa programmata, le nostre strade si sono unite con una bella naturalezza, ci siamo per così dire “trovati” ed è stato un incontro che mi ha letteralmente salvato.

Cos’è questa Apocalisse? Spiegatemi il progetto e la vostra collaborazione.
Tutto è nato nello studio “Factory duepuntozero”, a Roma, dove ogni giorno si lavora insieme agli artisti Bruno Melappioni, Alessandro Calizza, Sabrina Dan, Alessio Paiano e Danilo Cannnone (autore della fotografia a lato "Somewhere over the wonderful world" ©)
Trovo che la scultura interpreti fedelmente il messaggio che ho cercato nella musica, ho pensato all’apocalisse dandole un’accezione nella realtà, ho scelto due brani, “Somewhere over the rainbow” e “What a wonderful world”,  ispirandomi al celebre medley di Israel Kamakawiwo’ole.
Le parole dei due brani evocano immagini oniriche, offrono una visione ottimistica della vita, ne esaltano la bellezza e infondono una sensazione di fiducia nel futuro. Attraverso l’arrangiamento, l’interpretazione del cantato, ed il montaggio delle tracce audio di news di guerra e attentati, ho cercato di esprimere la contraddizione del genere umano, così capace di creare, sognare e perseguire la bellezza, ma altrettanto capace di distruggere e causare grande sofferenza. E’ in questa contraddizione che trovo la mia idea di fine, più che nella guerra in sé; nella sconfitta del bene, nel suo tradimento, nella complicità dell’uomo, nella rassegnazione e accettazione della realtà.  
Al termine della mostra il lavoro è stato ulteriormente ampliato attraverso la realizzazione del video, ho scelto dei passi dall’Apocalisse di Giovanni ponendoli in corrispondenza di alcune frasi dei due brani, la profezia di Giovanni si posa così sulle frasi pronunciate come rivelazione dando un nuovo profondo significato alle parole cantate.  Ritengo inoltre che il lavoro offra molteplici chiavi di lettura e a testimonianza di ciò ho il piacere di condividere delle note analitiche di approfondimento a cura del mio amico Stephan Poen, dottore in Medicina e Musicologia: “Meraviglioso percorso di approfondimento che parte dalla Sapienza Biblica per arrivare all’Attualità dei Tempi che stiamo vivendo;  la scelta dei passi è stata fatta con grande sottigliezza ideologica alla base di un saggio accostamento tra la Bibbia e il Mondo di oggi. Interessante il fatto che i passi sono nove che diventano proprio nove stazioni di approfondimento, riflessione, meditazione; non so se il “nove” è stato appositamente ricercato ma sta di fatto che, nell’ambito della simbologia numerologica, il “nove” rappresenta il paradiso, i cori angelici, tutto ciò che ruota attorno a Dio. La vita individuale. Questo significato corrisponde perfettamente al senso espressivo fondamentale del messaggio desiderato; il progetto è di fondamentale importanza riunendo quattro piani: la profezia biblica, l’approfondimento sociale contemporaneo, il piano emotivo che potrebbe essere quello della Coscienza (non di una sola coscienza) situato tra la profezia e il suo doloroso compimento contemporaneo e un piano di espressività illustrativa”.
Francesco: Luca mi aveva già proposto di legare in unico brano i due classici Somewhere over the rainbow e What wonderful world ispirandosi alla versione di Israel kamakawiwo'ole. Una sera, nel retro del suo studio, ha cominciato a suonarla con l’acustica e io ho immaginato dei suoni sospesi, eterei, con la chitarra elettrica. Poi un altro giorno mi dice che hai intenzione di sviluppare il brano per un’esposizione avente come tema quello dell’Apocalisse; la cosa mi ha incuriosito e siamo andati in studio e con l’inserto delle voci degli speaker è diventato tutto ancora più suggestivo. Nella nostra versione l’Apocalisse è quella creata dall’uomo e non dalla natura. È stata un’esperienza importante, emozionante, anche perché sono tornato a respirare l’aria magica dello studio di registrazione dopo alcune difficoltà e ringrazio Luca per avermi coinvolto.

A tal proposito. L’Italia fino a che punto crede ai progetti culturali? Fino a che punto riesce ad investire sui giovani esordienti?
Luca: l’Italia è un paese addormentato, bombardato da una cattiva educazione mediatica,  inebetito e corrotto. Qui non c’è nessun interesse nel sostenere la cultura e l’arte, tantomeno i giovani, se non attraverso i canali istituzionali le cui dinamiche di sviluppo  prescindono il più delle volte dallo spessore di un progetto.
Francesco: l’Italia è un posto pieno di gente che sa suonare, appassionata, persone anche coraggiose che non limitano la loro musica alle etichette, ma il sistema Italia è attualmente in uno stato di preoccupante torpore nonché privo di una apertura musicale capace di sostenere gli esordienti, a meno che tu non sia un figlio d’arte (allora lì è un altro discorso). Roma poi è una città aperta ai cantautori e non molto sensibile ad altre forme sonore, non credo s’investa in maniera profonda, anche perché stiamo vivendo un periodo molto instabile a livello politico e la cultura viene impoverita e umiliata costantemente. Ma tutto questo non deve diventare un alibi: anzi, personalmente, sto imparando a “difendermi” dalle questioni problematiche che ci circondano e che rischiano di rallentare e a volte di arrestare il processo creativo. Bisogna trovare la forza e la lucidità di trasformare l’energia negativa in creatività, in una spinta propulsiva, senza violentare la propria ispirazione che, come è noto, ha bisogno dei suoi tempi. È necessario investire su sé stessi, fare le cose al meglio, con criterio e soprattutto proteggendo la propria unicità nel fare musica. Il web è al tempo stesso il presente e il futuro, fondamentale per proporsi e cercare di bypassare caste, strutture e sovrastrutture che martoriano questo Paese; ma suonare dal vivo rimane e rimarrà per me la dimensione più importante per qualsiasi musicista ed è sempre più difficile ottenere degli spazi per esibirsi.

Siamo davvero tutti musicisti, cantanti, fotografi, registi e pittori? Quanto incide la democratizzazione dell’arte sugli esordi di qualità?
Luca: la misura in cui un artista possa essere considerato tale è rappresentata dal bisogno irresistibile di dare forma alle proprie emozioni.  L’autenticità dell’opera in questi termini è indiscussa. Ciò che accade purtroppo è che molto spesso proprio l’appiattimento generale che viviamo rende l’arte di oggi omologata e quindi priva di sfumature. Certamente una quantità così elevata di “artisti” o presunti tali ci consegna un calderone di inutili testimonianze e tracce destinate ad essere spazzate via dal tempo e il problema è che in questo scenario si fa fatica a riconoscere un colore o una voce fuori dal coro. 
Francesco: credo che tutti siamo stati un po’ naife nelle nostre espressioni artistiche e a volte continuiamo ad esserlo, forse perché ci piace conservare la nostra parte innocente e presuntuosa. Ci sta, ma ciascuno ha bisogno di fare il proprio percorso di maturità. L’importante è non essere approssimativi nei propri progetti: è la mancanza di responsabilità individuale – e non a mio avviso la democratizzazione dell’arte – a incidere poi sulla qualità finale del prodotto. Per responsabilità intendo coltivare il proprio talento in maniera costante. Aggiungo anche che la qualità costa, ossia una canzone registrata in uno studio professionale, magari spendendo 200 € al giorno, suonerà sempre meglio di una registrata in home recording; poi certo, dipende anche dalla bravura e dalla sensibilità del fonico di turno (che non sempre è quello che vorresti). Dico questo perché è necessario investire e soprattutto saper investire le proprie risorse rispetto a quelle che sono gli obiettivi che uno si pone, fare dei sacrifici per la qualità.

Quando darete un nome al duo. Lo darete un nome, no?
Luca: è una questione su cui presto ci confronteremo, una buona parte dei brani che oggi suoniamo dal vivo sono mie composizioni, tuttavia abbiamo avuto modo di scriverne di nuovi a quattro mani e continueremo a farlo perché ci viene molto bene. Sono certo che troveremo la soluzione più adatta a far decollare i nostri progetti, il nome è l’ultimo dei problemi.
Francesco: ancora non abbiamo affrontato la questione seriamente anche perché scegliere un bel nome e soprattutto un bel nome non sia già stato preso non è una cosa facile. E poi Luca se ne dimentica ogni volta dopo che glielo ricordo. Che vuoi farci?! È l’età che avanza, che vuoi farci?!

Progetti futuri?
Luca: farci conoscere, andare a suonare i nostri brani all’estero, incidere il primo album e vivere di musica.
Francesco: suonare il più possibile, viaggiare, respirare realtà musicali più vicine al mio essere come quella inglese e statunitense. Insomma, crescere come chitarrista e come musicista. In passato ho curato la colonna sonora di un cortometraggio e composto le musiche per alcuni reading: mi piacerebbe riprendere il discorso in questo senso e diventare un musicista a 360 gradi, sempre aperto a nuovi progetti e a nuove collaborazioni imparando a non disperdere le energie. In due parole, voglio arricchirmi (spiritualmente, s’intende).

Nell’attesa della prossima performance di Luca Romano e Francesco Ferrarelli, allego il video dell’emozionante Somewhere over the wonderful world.

Buon ascolto.

Nessun commento:

Posta un commento