Luca Romano e
Francesco Ferrarelli sono due giovani talenti che si sono ritrovati da
poco tempo lungo un cammino artistico intenso ed eterogeneo. La musica è per i
due molto più di una passione. Luca si dedica a brani propri dal 2008. Idem
Francesco che, tra una nota e l’altra, trova anche spazio per scrivere
sceneggiature e colonne sonore per cortometraggi. Ma a Roma, si sa, non è tutto
in discesa. Entrare nel giro richiede
pazienza e determinazione. Doti che, tuttavia, non mancano a questa nuova e
fervente coppia di musicisti.
E allora.
La musica è per voi una rivalsa, un
obiettivo o un semplice terzo
incomodo da tener lì, in un angolo?
Luca: la musica è la mia dimensione, è
qualcosa a cui non posso rinunciare, è una certezza, una cosa in cui credere e
in cui mi riconosco, la mia vita.
Francesco: la musica nasce come una
passione che col passare del tempo è diventata sempre più un’urgenza di
comunicare la parte più nascosta di me stesso per interpretare e affrontare la
vita nel quotidiano.
Dopo aver percorso due strade più o meno
diverse, com’è nata questa collaborazione?
Luca: è nata in un momento in cui
avevamo bisogno l’uno dell’altro, all’inizio non avevo capito a pieno quanto
fosse preziosa questa opportunità, forse
non ne sentivo la necessità, non
perché non ve ne fosse, ma perché non conoscevo ancora il suo talento così a
fondo. Oggi non riesco ad immaginare i brani che ho scritto senza la sua
chitarra, spero davvero di continuare a suonare con lui, vorrei che non ci si
separasse mai.
Francesco: nasce a seguito di altre
precedenti collaborazioni, più sporadiche, nell’ambito di spettacoli teatrali e
reading. Non è stata una cosa programmata, le nostre strade si sono unite con
una bella naturalezza, ci siamo per così dire “trovati” ed è stato un incontro
che mi ha letteralmente salvato.
Cos’è questa Apocalisse? Spiegatemi il progetto e
la vostra collaborazione.
Tutto è nato nello studio “Factory
duepuntozero”, a Roma, dove ogni giorno si lavora insieme agli artisti Bruno
Melappioni, Alessandro Calizza, Sabrina Dan, Alessio Paiano e Danilo Cannnone (autore della fotografia a lato "Somewhere over the wonderful world" ©)
Trovo che la scultura interpreti
fedelmente il messaggio che ho cercato nella musica, ho pensato all’apocalisse
dandole un’accezione nella realtà, ho scelto due brani, “Somewhere over the
rainbow” e “What a wonderful world”,
ispirandomi al celebre medley di Israel Kamakawiwo’ole.
Le parole dei due brani evocano immagini
oniriche, offrono una visione ottimistica della vita, ne esaltano la bellezza e
infondono una sensazione di fiducia nel futuro. Attraverso l’arrangiamento,
l’interpretazione del cantato, ed il montaggio delle tracce audio di news di
guerra e attentati, ho cercato di esprimere la contraddizione del genere umano,
così capace di creare, sognare e perseguire la bellezza, ma altrettanto capace
di distruggere e causare grande sofferenza. E’ in questa contraddizione che
trovo la mia idea di fine, più che nella guerra in sé; nella sconfitta del
bene, nel suo tradimento, nella complicità dell’uomo, nella rassegnazione e
accettazione della realtà.
Al termine della mostra il lavoro è
stato ulteriormente ampliato attraverso la realizzazione del video, ho scelto
dei passi dall’Apocalisse di Giovanni ponendoli in corrispondenza di alcune
frasi dei due brani, la profezia di Giovanni si posa così sulle frasi
pronunciate come rivelazione dando un nuovo profondo significato alle parole
cantate. Ritengo inoltre che il lavoro
offra molteplici chiavi di lettura e a testimonianza di ciò ho il piacere di
condividere delle note analitiche di approfondimento a cura del mio amico
Stephan Poen, dottore in Medicina e Musicologia: “Meraviglioso
percorso di approfondimento che parte dalla Sapienza Biblica per arrivare
all’Attualità dei Tempi che stiamo vivendo;
la scelta dei passi è stata fatta con grande sottigliezza ideologica
alla base di un saggio accostamento tra la Bibbia e il Mondo di oggi.
Interessante il fatto che i passi sono nove che diventano proprio nove stazioni
di approfondimento, riflessione, meditazione; non so se il “nove” è stato
appositamente ricercato ma sta di fatto che, nell’ambito della simbologia
numerologica, il “nove” rappresenta il paradiso, i cori angelici, tutto ciò che
ruota attorno a Dio. La vita individuale. Questo significato corrisponde
perfettamente al senso espressivo fondamentale del messaggio desiderato; il
progetto è di fondamentale importanza riunendo quattro piani: la profezia
biblica, l’approfondimento sociale contemporaneo, il piano emotivo che potrebbe
essere quello della Coscienza (non di una sola coscienza) situato tra la
profezia e il suo doloroso compimento contemporaneo e un piano di espressività
illustrativa”.
Francesco: Luca mi aveva già proposto di
legare in unico brano i due classici Somewhere
over the rainbow e What wonderful
world ispirandosi alla versione di Israel kamakawiwo'ole. Una sera, nel
retro del suo studio, ha cominciato a suonarla con l’acustica e io ho immaginato
dei suoni sospesi, eterei, con la chitarra elettrica. Poi un altro giorno mi
dice che hai intenzione di sviluppare il brano per un’esposizione avente come
tema quello dell’Apocalisse; la cosa mi ha incuriosito e siamo andati in studio
e con l’inserto delle voci degli speaker è diventato tutto ancora più
suggestivo. Nella nostra versione l’Apocalisse è quella creata dall’uomo e non
dalla natura. È stata un’esperienza importante, emozionante, anche perché sono
tornato a respirare l’aria magica dello studio di registrazione dopo alcune
difficoltà e ringrazio Luca per avermi coinvolto.
A tal proposito. L’Italia fino a che
punto crede ai progetti culturali? Fino a che punto riesce ad investire sui
giovani esordienti?
Luca: l’Italia è un paese addormentato,
bombardato da una cattiva educazione mediatica,
inebetito e corrotto. Qui non c’è nessun interesse nel sostenere la
cultura e l’arte, tantomeno i giovani, se non attraverso i canali istituzionali
le cui dinamiche di sviluppo prescindono
il più delle volte dallo spessore di un progetto.
Francesco: l’Italia è un posto pieno di
gente che sa suonare, appassionata, persone anche coraggiose che non limitano
la loro musica alle etichette, ma il sistema Italia è attualmente in uno stato
di preoccupante torpore nonché privo di una apertura musicale capace di
sostenere gli esordienti, a meno che tu non sia un figlio d’arte (allora lì è
un altro discorso). Roma poi è una città aperta ai cantautori e non molto
sensibile ad altre forme sonore, non credo s’investa in maniera profonda, anche
perché stiamo vivendo un periodo molto instabile a livello politico e la
cultura viene impoverita e umiliata costantemente. Ma tutto questo non deve diventare
un alibi: anzi, personalmente, sto imparando a “difendermi” dalle questioni
problematiche che ci circondano e che rischiano di rallentare e a volte di
arrestare il processo creativo. Bisogna trovare la forza e la lucidità di
trasformare l’energia negativa in creatività, in una spinta propulsiva, senza
violentare la propria ispirazione che, come è noto, ha bisogno dei suoi tempi.
È necessario investire su sé stessi, fare le cose al meglio, con criterio e
soprattutto proteggendo la propria unicità nel fare musica. Il web è al tempo
stesso il presente e il futuro, fondamentale per proporsi e cercare di bypassare
caste, strutture e sovrastrutture che martoriano questo Paese; ma suonare dal
vivo rimane e rimarrà per me la dimensione più importante per qualsiasi
musicista ed è sempre più difficile ottenere degli spazi per esibirsi.
Siamo davvero tutti musicisti, cantanti,
fotografi, registi e pittori? Quanto incide la democratizzazione dell’arte
sugli esordi di
qualità?
Luca: la misura in cui un artista possa
essere considerato tale è rappresentata dal bisogno irresistibile di dare forma
alle proprie emozioni. L’autenticità
dell’opera in questi termini è indiscussa. Ciò che accade purtroppo è che molto
spesso proprio l’appiattimento generale che viviamo rende l’arte di oggi
omologata e quindi priva di sfumature. Certamente una quantità così elevata di
“artisti” o presunti tali ci consegna un calderone di inutili testimonianze e
tracce destinate ad essere spazzate via dal tempo e il problema è che in questo
scenario si fa fatica a riconoscere un colore o una voce fuori dal coro.
Francesco: credo che tutti siamo stati un
po’ naife nelle nostre espressioni artistiche e a volte continuiamo ad esserlo,
forse perché ci piace conservare la nostra parte innocente e presuntuosa. Ci
sta, ma ciascuno ha bisogno di fare il proprio percorso di maturità. L’importante
è non essere approssimativi nei propri progetti: è la mancanza di
responsabilità individuale – e non a mio avviso la democratizzazione dell’arte
– a incidere poi sulla qualità finale del prodotto. Per responsabilità intendo
coltivare il proprio talento in maniera costante. Aggiungo anche che la qualità
costa, ossia una canzone registrata in uno studio professionale, magari
spendendo 200 € al giorno, suonerà sempre meglio di una registrata in home
recording; poi certo, dipende anche dalla bravura e dalla sensibilità del
fonico di turno (che non sempre è quello che vorresti). Dico questo perché è
necessario investire e soprattutto saper investire le proprie risorse rispetto
a quelle che sono gli obiettivi che uno si pone, fare dei sacrifici per la
qualità.
Quando darete un nome al duo. Lo darete
un nome, no?
Luca: è una questione su cui presto ci
confronteremo, una buona parte dei brani che oggi suoniamo dal vivo sono mie
composizioni, tuttavia abbiamo avuto modo di scriverne di nuovi a quattro mani
e continueremo a farlo perché ci viene molto bene. Sono certo che troveremo la
soluzione più adatta a far decollare i nostri progetti, il nome è l’ultimo dei
problemi.
Francesco: ancora non abbiamo affrontato
la questione seriamente anche perché scegliere un bel nome e soprattutto un bel
nome non sia già stato preso non è una cosa facile. E poi Luca se ne dimentica
ogni volta dopo che glielo ricordo. Che vuoi farci?! È l’età che
avanza, che vuoi farci?!
Luca: farci conoscere, andare a suonare
i nostri brani all’estero, incidere il primo album e vivere di musica.
Francesco: suonare il più possibile,
viaggiare, respirare realtà musicali più vicine al mio essere come quella
inglese e statunitense. Insomma, crescere come chitarrista e come musicista. In
passato ho curato la colonna sonora di un cortometraggio e composto le musiche
per alcuni reading: mi piacerebbe riprendere il discorso in questo senso e
diventare un musicista a 360 gradi, sempre aperto a nuovi progetti e a nuove
collaborazioni imparando a non disperdere le energie. In due parole, voglio
arricchirmi (spiritualmente, s’intende).
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