martedì 11 giugno 2013

Ma questa è un'altra storia/19: Il grande show: Gomorra e la VideoMonnezza

Premessa: voglio ringraziare i miei amici Simone Carannante ed Ottavio Mussari per avermi dato l’input giusto per scrivere questo post.
Ringrazio il cinema sovietico d’avanguardia.
E ringrazio chi progetta documentari seri sulla mia terra, chi ricerca con cura e passione. Chi, invece, filma con demagogia e superficialità, pur conoscendo la potenza ontologica del linguaggio audiovisivo, merita il mio più grande sdegno. Tengo a precisare: le mie parole sono rivolte al genere “documentario” e non di finzione. Delle fiction tv becere con attori e attrici degne di queste squallide riprese, di cui la mia penna non traccerà il nome, preferisco parlarne in altri post o, meglio ancora, gettarle nel dimenticatoio mediatico.
Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene. Parto col citare orgogliosamente Paolo Borsellino. A testa bassa.
Io non sono un esperto in marketing e comunicazione, ma arrivo facilmente a comprendere quanto spesso sia facile per i media creare un marchio vincente e duraturo. È semplice se ti capita che nel primo giorno della tua avventura sivigliana, la padrona di casa francese-maghrebina ti illustra la stanza e ti dice sorridendo: “Mira napolitano, chiudi le porte che qui ci sono ladrones como a Napoli”. Se ti capita che la tua compañera de piso americana, colei con cui condividerai la suddetta casa, ti dice al secondo giorno, all’unisono col fidanzato connazionale: “Tu tierra està muy fatal” ed inizia a citarmi “coltelli, pistole e spazzatura”. È semplice se al terzo giorno ribadisci ad un andaluso e ad un giovane inglese che sei di un pueblo vicino Napoli che si chiama Sant’Arpino, dove Virgilio partorì le Georgiche, luogo di teatro, il paese delle maschere e di Maccus, padre di Pulcinella. Ed è semplice se questi due ti risponderanno in coro “Es igual, tio!” (It.: è uguale ragazzo; Nap.: è sempe ‘o stesso guaglió). 
Maschera AtellanaPensi: “Ops, anche qui, cazzo!”. Sì, perché lasci Roma (a soli 200 km più in là) con la speranza di appendere per un po’ il marchio al chiodo, di scrollarti da dosso l’etichetta malavitosa, ed invece sei costretto a sorridere, come sempre, e rispondere: “Si, si, i ladroni mi hanno ucciso due, tre, volte. Poi è venuto Mario Merola a salvarmi mentre guidava un’Alfetta rubata senza mettersi il casco in testa e siamo andati insieme a mangiare una pizza da Michele mentre un tizio vestito da Pulcinella suonava con la destra il mandolino e con la sinistra fotteva il rolex a Totò”. Chiaro, un po’ per abitudine, un po’ per dignità, si cerca sempre di sdrammatizzare o sviare certi discorsi che fanno della generalizzazione, prima arma del razzismo, la religione da seguire con abnegazione. Ne abbiamo parlato parecchio tra amici meridionali all’estero: è così dappertutto. Ed è così un po’ per tutti i meridionali. Fatto sta che qualora affrontassi queste discussioni con la logica e la fermezza del caso, saresti accusato di vittimismo spicciolo.
In questo caso, il marchio vincente è la criminalità. Il mio amico Ottavio Mussari, nonché dottore in comunicazione, nel suo post The Mafia's Secret Bunkers ha trattato della spettacolarizzazione della mafia attraverso gli occhi dei media britannici. Un post a dir poco meraviglioso! Allorché mi sono detto: “Ecco il format giusto. Ecco come la gente vuole placare la propria sete di cronaca calabro/siculo/campana”. I pilastri della cinematografia non rendono più come un tempo, ora la gente vuole reality, realtà, documentazione certa, la gente vuole stare faccia a faccia col male, anche in HD, soprattutto in HD. Peccato che poi, puntando i fari della pseudoricerca su un circoscritto lembo di terra, la luce abbagliante accechi in primis chi si trova in Campania, Calabria e Sicilia per caso. O per nascita.
Ed allora: chi vuole comprare un bene lo chiede. È una legge di mercato.
La gente vuole Gomorra? E noi le diamo Gomorra! Non importa la durata del filmato: dai due minuti alle due ore l’importante è che se ne parli.
Questa gente vuole un campione a caso di cittadini intervistati di Sant’Arpino, Casal di Principe, Napoli e Caserta o mira a qualcosa in particolare? La gente vuole il particolare!
Qual è questo particolare? Tutta quella fascia di gente che rappresenta una stretta fetta di popolazione con legami ambigui, omertosa per ignoranza o omertosa per paura. 
Il dado non è ancora tratto. Manca la parte pratica della spettacolarità: le riprese. La televisione monnezza in alta definizione attende con ansia!
Il documentarista/giornalista di turno compra il suo biglietto verso il Sud. Sente magari il peso di viaggiare in modo “scomodo”, lui che probabilmente non è abituato ai binari unici o ai lunghi tragitti dei treni interregionali. Arriva nel posto stabilito, nel posto da spolpare. Quattro atti e lo show è servito.
Mai nella mia vita mi sarei aspettato che una laurea in cinema al Dams mi sarebbe servita così tanto (ovviamente non parlo in termini economici!!!). E non avrei mai pensato di rispolverare i pilastri del cinema russo, quei mattoni indigesti da tutti, compreso il Rag. Fantozzi.

Atto Primo, Vetrov.
Dziga Vertov è il padre del cineocchio. Egli affermava che qualsiasi elemento, anche banale, dinanzi all’obbiettivo diviene nuovo, straniero. Appetibile.
E allora: per prima cosa, il direttore del documentario mette in atto un gioco che io chiamo “la ricerca dell’uomo giusto”. Il presunto giornalista, in parole povere, estrae da una mole di interviste di 1000 persone, le 10 più caratteristiche, più vendibili. Nel nostro caso chi dice che “Saviano è un pezzo di merda”, “La camorra? Dove sta?”, “Noi qua stiamo bene”, “Io chi? Chi sono io?”.
Atto Secondo, Ejzenštejn .
Sergej Ejzenštejn è uno dei registi più rivoluzionari della storia del cinema. Colui che, grazie al montaggio delle attrazioni, raccoglie gli elementi girati in pellicola con lo scopo di scuotere l’animo dello spettatore.


E allora. Detto, fatto. Si monta con cura il reportage ed il format prende forma lasciando nei mini-dv o nelle memorie delle telecamere la maggior parte della popolazione che ammette il contrario di quanto si chiede, merce pertanto non vendibile. Il documentarista, in questo modo, pone il suo personalissimo accento. Già. Perché nessun documentario, nemmeno quello sul leone e la gazzella, ha un animo oggettivo, nessun documentario! Dunque, tra i 1000 intervistati, io dono agli spettatori ciò che vogliono ad ogni costo sentire. Dono il “Saviano è un pezzo di merda”, “La camorra? Dove sta?”, “Noi qua stiamo bene”, “Io chi? Chi sono io?”. ‘Sti cazzi (sorry Sir) se il 5% di una popolazione diviene lo specchio reale della mia terra. E spesso non è nemmeno questione di quantità, ma di qualità. Perché l’ignorante che vomita sentenze dinanzi alla telecamera vale emotivamente molto più di venti persone perbene e distinte che dicono la loro opinione “senza la teatralità del dialetto e della maschera desiderata”. E ‘sti gran cazzi (sorry Sir again) se agli occhi del mondo il santarpinese/casasalese/napoletano/casertano è uno zotico, un violento, un omertoso.
Apro una piccola parentesi sull’omertà. Il silenzio è un male atavico (e nessuno può contestarlo) e se è pur vero che bisogna combatterlo su ogni fronte, è altrettanto vero che puntare il dito è ingiusto, follemente ingiusto. Soprattutto se chi lo punta è un uomo, o peggio ancora, un giornalista che ha le palle ben messe nei pantaloni. E mi viene da ridere se penso che nessuno degli eroi che conosco ha (o aveva) la propensione a giudicare dall’alto o a distanza.
Chiusa questa parentesi, lancio un’ironica sfida: scommettiamo che anche un cineasta mediocre può riuscire a creare un documentario sull’arroganza lucana (che non esiste, sia chiaro)? Proverà ad andare a Matera, chiederà al suo campione di 1000 persone “Cosa ne pensa del fatto che voi Lucani siate così arroganti?”, “Perché Matera è la capitale della superbia?” ed aspetterà che una decina di persone lo mandino a quel paese e vengano al suo orto. E come questo, chissà quanti altri contesti sparsi per il mondo si potrebbero contaminare. Sebbene sia difficile trovarne uno tanto delicato come quello che sto analizzando in questo mezzo articolo. Un contesto delicato perché esistente, tattile. Un contesto da maneggiare con cura e non con la superficialità che io condanno.
Atto Terzo, Kulešov.
Lev Vladimirovič Kulešov fece un esperimento: usò lo stesso identico primo piano di un attore dopo tre inquadrature diverse: un piatto di minestra, un cadavere, una pistola. Lo spettatore, in quell’occasione, percepì emozioni discordanti (dalla fame alla paura) a prescindere dall'interpretazione dell'attore in posa. Il montaggio, di conseguenza, risultò potenzialmente più significativo delle inquadrature stesse.


E allora. Una delle parti più interessanti dei presunti servizi/reportage sulla mia terra sono i testimonial che fanno da contorno alle vicende. Si tratta assolutamente di gente competente, istruita, specializzata in materia. Il loro sapere, però, diviene il più delle volte creta da plasmare in mano al direttore del documentario. Egli riesce, tramite la citata magia del montaggio, ad indirizzare le parole dell’esperto in materia verso ciò che assiduamente sta cercando. Lo ottiene in due maniere. Tagliando (e modellando) parti del discorso o, meglio ancora, associando immagini a parole-chiave. Esempio: il mio testimonial dirà in camera, per motivate ragioni, che Napoli è una città difficile. Qualora io, regista, inserisca il suo primo piano tra le interviste “degli individui particolari ricercati” e le immagini di cronaca nera, si moltiplicherebbero in maniera esponenziale sia il piacere dello spettatore alla ricerca di quella nera realtà, sia la riflessione forzata di chi è osservatore inerme nei confronti di queste tecniche di montaggio. Se Dario Fo affermasse in camera che “Milano è una città difficile” e io inserissi la sua citazione in mezzo a immagini e interviste che narrano di violenza e droga milanese, lo spettatore avrebbe la stessa sensazione di cui ho appena parlato. Chiaro, Partenope ha ben altro charme malavitoso e questo modesto articolo, per certi versi, vuole dimostrarlo.
Atto Quarto, Pudovkin.
Vsevolod Pudovkin, regista del film La Madre del 1926, asserì che il montaggio potesse avere un animo metaforico. Un fiume in piena, ad esempio, simboleggiava per il cineasta russo una rivoluzione (come quella d’ottobre, se la memoria non mi inganna); un attore con determinati tratti fisici, invece, poteva esprimere determinati condizioni e stati. Il futuro cinema pasoliniano ne sarà la dimostrazione palese.
E allora. L’individuo particolare che rappresenta quella che prima indicavo come “stretta fascia di popolazione” veste i panni di verità assoluta dinanzi alla metafora che lancia il montaggio del documentario monnezza. Chiaramente, anche filmare un passo tra un cassonetto della spazzatura ed una buca per la strada hanno lo stesso preciso compito. Ed inoltre, se metaforicamente un testimonial è l’eroe della storia documentata (non che non meritino questo titolo gran parte di essi), cosa saranno gli intervistati, quelli scelti a dovere, dati in pasto ad un pubblico in calore?
Giancarlo Siani
Grazie a questi giochini d’informazione, l’intero globo, a partire dalla mia nazioncina ancorata tutt'oggi ai più squisiti luoghi comuni, crede che una lingua di terra sia l’intero volto di un popolo: periferia di Napoli = Napoli. Napoli = Campania. Sì, perché secondo questi reportage lesivi esistono pugliesi, lombardi, toscani, emiliani, spagnoli, americani, russi e napoletani (Napoli nell’ultimo censimento televisivo conta 6 milioni di abitanti escludendo gli emigranti, in pratica inghiottirebbe San Paolo del Brasile e Pechino assieme). Ed è così che qualsiasi ‘pinco pallino’ di questo mondo sa, una volta accesa la tv, questa tv, che sono napoletani (inclusi i non napoletani) tutti quelli che parlano male di Roberto Saviano o Giancarlo Siani, tutti quelli che cercano di fotterti, tutti quelli che cercano espedienti, tutti gli ignavi passati, presenti e futuri.
Ecco l’affiliazione. Ecco la generalizzazione. Ecco il marchio.
Grazie a tutti questi giochini c’è chi si sente il dovere di mostrare muffa su muffa, di puntare un dito accusatore senza averne alcun diritto.
Sarei un ipocrita se raccontassi che nella mia terra sgorga salute e benessere, che non vi sia criminalità e abbandono, io che lo scrivo da dilettante allo sbaraglio. Bisogna parlarne sempre, sempre! Sarei ipocrita se omettessi l’esistenza di individui particolari. Ci sono! E vorrei pure filmarli. Ma vorrei documentare l’intero universo sociale e politico che merita di essere documentato. Riportare che questa “stretta fascia cancerogena” si confonde in un mare di gente onesta, gente che lavora e suda e che non merita un improduttivo show molesto. Persone corrette lasciate perennemente sole da uno stato che logicamente lascia il posto ad un degno sostituto. Vorrei documentare e finalizzare: “Ho incontrato mille persone. Signori a casa, ahimè ci sono uomini che dicono cazzate, singoli ambigui, molto, troppo particolari, purtroppo è così. C’è l’ombra di una mentalità criminale figlia di decenni di degrado (il 1861 vi dice qualcosa?) e di un “cane che si morde la coda da solo”. Ma c’è la stragrande fottuta maggioranza che ha solo le mani legate e non riesce a districarsi, che vuole vivere senza la pressione addosso di un sistema spettacolare marcio che è atto più a ledere la dignità meridionale che documentarla”. Un sistema spettacolare che con la sua pubblicità nera fa il gioco opposto delle tante associazioni che si prodigano affinché il mio territorio viva, “viva” senza paura.
La paura c’è sempre quando non si è protetti a dovere! Questo vorrei documentare.
“Anche tu non saresti obiettivo”, mi griderebbero i professoroni. È vero. Non posso smentirmi da solo. Ma almeno avrei la possibilità di suonare un’altra campana. Almeno riuscirei a strapparmi per cinque minuti un altro marchio che mi porto sulla pelle, un marchio obiettivamente ingiusto.
Questo non può saperlo chi  non si asciuga il fango addosso continuamente. È naturale, per carità: non augurerei a nessun popolo di ripulirsi con tanta frequenza. Fatto sta che ai media approssimativi, a chi si ostina a credere di conoscere ciò che non conosce, Napoli e la Campania piacciono così. Tra una pizza, un babà e una rapina. Tra uno spaghetto al pomodoro, una mozzarella e la monnezza. Tra le melodie, la comicità e l’omertà. Così come piacciono il siciliano e il calabrese con la coppola e il baffetto. Vogliamo prenderci per il culo? No, non facciamolo. Sarebbe umiliante e stancante.
Sarebbe inutile, come rispondere a tutti i professoroni che la mia terra era il paradiso terrestre e lo sarà di nuovo. Sarebbe inutile, come rispondere ai burloni che si odono più bang nelle strade di Roma che nei vicoli di Napoli. Inutile, come rispondere alle pupe, terrorizzate all’idea di attraversare le mie strade, che Milano è la città con il maggior tasso di violenza sulle donne.
In fondo, gli svariati omicidi susseguitisi in poche ore nella capitale italiana non hanno lo stesso appeal delle nuove faide campane. Tutto marcio, chiaro! Tutto sterco, dagli omicidi alle violenze sessuali, dal pizzo alla cocaina, come un franchising, con un marchio unico. Un marchio da condannare in coro, come quando si canta l'Inno di Mameli allo stadio, senza ami nascosti da esche spettacolari e avvilenti: dalle Alpi a Pantelleria, da Napoli a Milano passando per Roma. 
Ma tutto ciò, alla fine, a chi lo racconti? Con chi puoi sfogarti? Con chi è come te, nero dentro, stanco di spiegare, stanco di spalare merda. Qualcuno che conterà fino a dieci prima di darti del vittimista, dell’omertoso o del sognatore.
Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene. Allora parliamo di camorra, mafia e ‘ndrangheta. Facciamolo tutti, con serietà e impegno. Parliamone senza circoscrizioni regionali, senza ereggere l'ennesimo muro sul Garigliano. Parliamo di camorra, mafia e 'ndrangheta, facciamolo con coscienza. Parliamone, senza correre il rischio di allargargli le spalle, senza  affiliarci in subdoli giochi d’informazione.


Ps: Youtube è zeppo di documentari su Napoli, la Campania e la malavita. Ho deciso ironicamente di allegarne uno più leggero, americano, spettacolare, dedicato ai “borseggiatori”. Questo documentario, tuttavia, può fungere da esempio vivo alla mia tesi (ops... clicca qui). L’ho scelto perché, secondo l’enciclopedia Wikipedia, la National Geographic è una delle più grandi istituzioni educative e scientifiche del mondo. Per me è semplicemente la più grande, quella che gode di più fama. I suoi documentari hanno più pubblico del leggendario Padrino. Ahimé, aggiungerei. 
Beh, non anticiperò nulla. Buona visione.




Stefano Cominale

5 commenti:

  1. Ciao Stefano!
    Prima mi presento e poi ti dico molto sinteticamente quello che penso.
    Silvia Squillante, nata e cresciuta ad Imperia (Liguria), padre di Sarno (provincia di Salerno) e madre originaria di Oliveto Citra (sempre provincia di Salerno), fidanzata da quasi quattro anni con una ragazzo di Pomigliano D'Arco (provincia di Napoli) che, insieme a tutta la sua famiglia e ai suoi amici (che ora sono diventati anche la mia famiglia e i miei amici), sconferma totalmente l'immagine che la tua padrona di casa, la tua coinquilina e i tuoi amici in spagna avevano (o forse hanno ancora) del napoletano/campano.
    Su molte cose che hai scritto mi trovo praticamente d'accordo con te dato che nella mia carriera di studentessa a Roma ho avuto coinquilini polacchi, ucraini, russi, spagnoli, tedeschi, francesi, africani, italiani di varie zone della penisola e spesso (ma non sempre!) sintetizzavano i preconcetti nei confronti dei napoletani che hai elencato qui sopra.
    La parola chiave però qui è "non sempre" e mi spiego meglio!
    Purtroppo i preconcetti non solo nei confronti dei napoletani, ma in generale fra esseri umani, esististono e non si può fare molto se non interessarsi, cercare informazione, fare delle esperienze dirette ed essere abbastanza intelligenti da giudicare con il proprio cervello e non attraverso i servizi che venono fatti in televisione, i film, le fictions o quello che ci viene riportato da terzi.
    Io, come te e come tantissime altre persone, penso di avere abbastanza intelligenza da fare una cernita fra tutto quello che mi viene detto o riportato, e sono in grado vedendo un servizio come quello che Pif ha fatto sulla giornata trascorsa da Saviano a Napoli (mi ricollego a tutta la discussione fatta sul blog di Dario, http://svirgolettate.blogspot.it/2013/06/pif-roberto-saviano-e-limportanza-di.html, è stato lui a segnalarmi il tuo articolo perchè sa che mi ero interessata molto alla discussione) di capire che oltre alle persone ignoranti che dicono "dice sempre le stesse cose", "se fosse vero l'avrebbero già ucciso", "ma chi saviano il salumiere??", c'è una massa di ragazzi giovani e meno giovani che si accalcano alla Feltrinelli perchè pensano che questo scrittore sia una grandissima persona e perchè credono che Napoli non sia proprio da buttare dato che è costituita da tante persone buone e oneste. Io vedo soprattutto questa parte nel servizio del Testimone, e non una manipolazione delle immagini da parte del giornalista per dare la solita immagine stereotipata di Napoli e dei napoletani.

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  2. Ti assicuro che la realtà "mafiosa" non è tipica solo delle tue zone: io a casa mia la vedo quotidianamente passeggiando per le strade con la speculazione edilizia impressionante che ha devastato la Riviera, con le giunte comunali che vengono sciolte per associazione mafiosa e con tanti altri piccoli esempi che non sto qui ad elencare. Eppure amo la mia regione e non mi chiudo a riccio dicendo "tu non puoi capire perchè non sei delle mie parti" davanti a chi da ormai 7 anni mi dice "sei ligure, allora sei tirchia e sei pure poco ospitale!!". Cerco di spiegarmi, ma se di fronte vedo un muro lascio perdere, capisco che sono preconcetti dati dall'ignoranza e sorrido, ma senza vittimismi perchè so che invece ci sono moltissime altre persone che mi hanno conosciuta, si sono interessate alla mia terra (magari anche attraverso servizi stupidi come quello di Pif su Saviano a Napoli?!) e ai miei concittadini, sono venuti se possibile sul luogo stesso e hanno cambiato nettamente idea.
    Tutto ciò per dirti in sostanza: se credi che la tua terra, come il resto dell'Italia ovviamente, abbia innumerevoli e a volte gravi problemi, ma sia al tempo stesso una terra fantantastica non metterti sulla difensiva credendo che gli altri non ti possano capire, ma cerca più che puoi di mettere in evidenza il fatto che la gente onesta c'è a Napoli (e ci sono fuori Napoli persone abbastanza intelligenti da capirlo senza farsi influenzare dalla tv o quant'altro) accettando al tempo stesso che i problemi ci sono e sono anche tanti: la chiave di volta sarà metterli in evidenza per superarli, non rinnegarli.
    Con stima,
    Silvia

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  3. Ste', io non aggiungo altro a quanto discusso in separata sede, per altro la cara Silvia ha postato l'articolo in cui ci siamo espressi, per cui non mi dilungo sulla questione; fondamentalmente il mio pensiero non è dissimile dal suo per cui non lo ripeto.
    Di base, ti dirò, sono sostanzialmente d'accordo con quanto dici. Sostanzialmente, perchè non bisogna fare di tutta l'erba un fascio. Io sono dell'opinione che essere pregiudizievoli negativamente nei confronti della tv piuttosto che del giornalismo, del social network piuttosto che dell'informazione in rete, non sia gesto di qualità ma di limite. Tutto può andar bene se il fine è l'informazione, la giusta via di mezzo sta nel saper accogliere le informazioni recepite, filtrarle e carpirne il buono di esse e valutarne il marcio.

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  4. Cari Silvia e Dario. Innanzitutto sono felice di salutarvi, un po' meno Dario, ma va be', ahuauaahaha ;)
    Chi non ama "tutta l'erba un fascio" non può cadere in discorsi di generalizzazione. Ci sono, infatti, dei documentari che io apprezzo ed amo, documentari fatti con cura e passione: Biutiful Cauntri (ricordi Dà che l'abbiamo visto insieme? Vi ci ho portati io alla proiezione), Una montagna di balle o 'o Sistema, per esempio. Perché no, L'Altra Scampia. Documentari che spesso allego ai post.
    Quello che non tollero è, come spiego nell'articolo, il marchio che a prescindere il meridionale si porta addosso. Se lo porta perché quel marchio è squisitamente vendibile. E se è vendibile, un motivo ci sarà. Sentite cosa ho scovato oggi pomeriggio su La Repubblica, non su un quotidiano "mediocre": http://video.repubblica.it/rubriche/la-fotografia/merlo-la-sicilia-vista-dalla-iss-oltre-le-nuvole-e-geografia-senza-storia/131489/129996?ref=HRESS-4
    Perché tanto fango gratis? Perché la Sicilia è bella "solo così"? Perché il siciliano per bene, che lavora onestamente, non dovrebbe essere offeso da tali parole? I commenti all'articolo, per fortuna, parlano per me. E questo è solo un esempio estemporaneo che vi porto col sorriso. E l'etichetta "internazionale" del malavitoso, credimi Silvia, mortifica molto di più dell'esser tirchio o inospitale. La titanicità di Gomorra non puoi paragonarla al preconcetto che mi hai citato, mi spiace e se non la vivi (e non lo dico ovviamente con astio) non puoi comprenderla. La pistola e la monnezza sono bel altra cosa. Inoltre, sono mesi che "evidenzio i problemi della mia terra" con questo modestissimo blog, se tu trovassi un rigo in cui io li ometta, ti pregherei di scriverli in risposta a questo commento. Sarà mio piacere verificarli e lavorarci su.

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  5. Veniamo al post di Dario (http://svirgolettate.blogspot.it/2013/06/pif-roberto-saviano-e-limportanza-di.html). Rileggilo. Tu mi dici (e che Dio ti benedica): "c'è una massa di ragazzi giovani e meno giovani che si accalcano alla Feltrinelli perché pensano che questo scrittore sia una grandissima persona e perché credono che Napoli non sia proprio da buttare dato che è costituita da tante persone buone e oneste. Io vedo soprattutto questa parte nel servizio del Testimone, e non una manipolazione delle immagini da parte del giornalista per dare la solita immagine stereotipata di Napoli e dei napoletani". Purtroppo nel post di una persona intelligente come Dario, che io adoro (e lui lo sa bene), io non riscontro queste parole, anzi. Non trovo citazioni su chi ha creduto in Saviano, sul centro Gridas (Dariooo, ricerca Felice Pignataro ti pregooo), sulla folla in piazza, sulla gente che vuole solo toccarlo. Trovo un "suvvia", un "figuriamoci" che a me non vanno giù, mi dispiace. Commenti su una persona "particolare", una vecchietta, che NON RAPPRESENTA la mia gente. E ribadisco: se NON CONOSCI E TI AGGRAPPI A QUESTI SERVIZI SARA' MOLTO DIFFICILE "FILTRARE IL BUONO"; lo spiego nel suddetto post: ma probabilmente non sarete d'accordo con me.
    Con il mio articolo dilettantistico, io voglio solo essere "l'altra campana", nulla più. Una voce della stragrande maggioranza di gente perbene che è nata al Sud del Garigliano. Una voce CHE DENUNCIA DA UN BEL PO' DI TEMPO CHE LA CRIMINALITA' NON E' COSA ESCLUSIVA DEL SUD ITALIA (LEGA NORD DOCET) e, tra l'altro, non scopriamo nulla di nuovo, sia chiaro. Basti pensare alla questione Alenia di Pomigliano, una città che conosci bene.
    Beh amici miei (Silvia, ti reputo un'amica ormai!!!), io sono solo una voce stanca e in tanti, in troppi, siamo esausti di avere sempre un fottuto faro puntato addosso (e non nego di aver avuto un forte input per scrivere queste righe). Siamo nel 2013, viviamo fuori dai confini nazionali, tra milioni di popoli, viviamo nel "globo": è giusto spalare ancora merda come se stessimo nel '50? No, non è giusto. E allora permettetemi di gridarlo. E se siete d'accordo con me, gridatelo anche voi.
    Vi ringrazio e vi voglio bene. E' bello discutere con persone intelligenti, è bello perché da questi confronti nasce la voglia di non fermarsi e ripartire più veloci di prima.
    Un abbraccio

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