New York - Ore 10 p.m. più o meno. Ero al ristorante a
servire gli ultimi tavoli della serata. Tavoli che avevano sfidato il freddo
polare che incatena la città da tre mesi. Entrambe le tv rivolte sulla sala
trasmettevano la notte degli Oscar. Qui è un po’ come assistere al discorso del
presidente di fine anno: anche se non te lo caghi di striscio, hai la tv accesa
come se fosse di buon auspicio (anche se di buon auspicio non è!). In tanti si
affacciavano ad assistere, cercavano di capire, si interessavano per un
riconoscimento che, tuttavia, non avrebbe cambiato la vita a nessuno.
Tra un piatto e l’altro da portare a sgrassare,
attendevo la busta che avrebbe consacrato Paolo Sorrentino vincitore con La Grande Bellezza. Io lo sapevo. Ero
l’ultima ruota del carro in quel posto, ma lo sapevo. Avevo le mani zozze di
olio e burro, ma avevo studiato per saperlo. Ed ero preso, preso davvero
dall’evento cinematografico dell’anno seppur in cuor mio sapessi quanto il
premio pelato dell’Academy, il più delle volte, sia solo una bomboniera di plastica. Non potrò
mai perdonare Hollywood di non aver mai consacrato Kubrick. E di non aver
premiato Troisi per la maschera vitale che indossò ne Il Postino, preferendo un Nicolas Cage
distante anni luce dal sublime Massimo. Mi divertivo ad urlare ai colleghi
all’altro capo della stanza: “Non è il miglior film di Paolo, ma vincerà”. E i compagni
di lavoro, campani e non, si associavano al mio pensiero per pura passione
mediterranea.
Ci siamo. Ecco i
primi piani ai registi. Ecco la busta. Ed ecco il vincitore. Mi bloccai con una
dozzina di stoviglie in mano trattenendo il fiato non per l’emozione, bensì per
non lasciar cadere nulla di compromettente. The
Great Beauty eletto miglior film straniero agli Oscar 2014! Col rischio di
combinare una catastrofe di piatti, mi girai di colpo verso i clienti con gli
occhi di chi avrebbe voluto sbraitare “visto bastardi, avevo ragione”. Risero. Per
poco. Poi mi ordinarono il caffè (che dovetti preparare prontamente). E da quella
macchinetta, piccola, strana, senz’anima, ascoltai i ringraziamenti di
Sorrentino. Ascoltai quell’inglese tanto vicino al mio, un inglese mezzo
scolastico e mezzo appreso dai film coi sottotitoli. Dalla macchinetta del
caffè, tra un regular coffee e un capuccino, udii quei ringraziamenti
bizzarri che solo un uomo insano poteva esprimere ad una scintillante platea
americana. Passi Scorsese, Fellini e Talking Heads. Passi la citazione
familiare e geografica. Ma quel Maradona resterà negli annali una dedica tanto
inattesa quanto balorda. D’altronde, vallo a spiegare a mezzo mondo cosa
significhi una rivalsa sociale dalle vesti di rivincita sportiva.
Ma è di questo
che il cinema italiano, italiano da Bolzano a Siracusa, ha necessariamente bisogno:
rivincere. Risollevarsi da un torpore
creato da un sistema chiuso e condizionato, malato ed incolore.
Paradossalmente, a sussurrarcelo è il sistema stesso! Fanculo a centri
sperimentali circoscritti a pochi cognomi, fanculo a Dams teorici e monotoni,
fanculo ad aiuti statali ipocriti e senza logica. Il cinema è un’arte da campo
e come tale dovrebbe essere un’arte per tutti. Per tutti coloro che si mostrino
competenti, chiaro: la democratizzazione dei mestieri è pur sempre un’arma a
doppio taglio. Meglio essere sinceri, crudi: non tutti nascono registi,
fotografi o attori! Ed ecco di cosa ha bisogno realmente il cinema in Italia:
selezionare! Farlo davvero, perbene. Non occorre un presunto governo a dettar
leggi (in Italia poi…) o commissioni su commissioni che aprano strade al
dialogo. Servirebbe una maledetta
coerenza. La stessa che avrebbe imposto di non passare in tv il film Oscar 2014
quarantotto ore dopo la cerimonia del premio. La coerenza di chi combatte il vuoto delle sale che tanto attendevano uno Zio d’America che riportasse il sorriso (…e
Sorrentino si è espresso sulla chiusura dei cinema dopo solo poche ore dal termine della
kermesse).
I soliti
ritornelli “Non esiste un altro Totò, non esiste un altro Pasolini, non ci sarà
più un altro Eduardo, non nasce un altro Fellini, ma dove sono i Sergio Leone?”
sono solo la conseguenza collaterale di un processo marcio che affonda le radici negli anni
della crisi a cavallo tra ’70 e ’80. Da quel momento il cinema italiano andò in
coma. A tratti cosciente, ma in coma (farmacologico). E spesso mi chiedo: se
Fellini fosse nato nel 1980? Come pure: che classe di dottori potrebbe avere l'Italia tra venti anni se attualmente gli studenti delle facoltà di medicina fossero imposti e non valutati?
Allora si ritorni
alle radici. Anche al film muto con tanto di pianista in scena se occorre (qui
è una realtà, qui!). Si ritorni a ri-valere,
ad aprire accademie a Napoli, a Bari, a Campobasso e in ogni capoluogo
d’Italia. Accademie serie! Non strutture
di duemila o tremila studenti che si divertono a parlare di Tarantino ai propri
docenti. Dieci, venti, trenta giovani cineasti, ma realmente competenti, scelti
per le proprie capacità artistiche e comunicative. Anche al Sud! Perché, con
tutta sincerità, Napoli, molto probabilmente la prima cinecittà italiana, Bari e Campobasso lo meritano quanto Roma e Bologna.
Scommettiamo che l’Italia non debba aspettare altri 15 anni per un nuovo Oscar?
Scommettiamo che l’Italia non debba aspettare altri 15 anni per un nuovo Oscar?
Stefano Cominale

Caro Prof ho letto vari commenti sui social network è la cosa più deprimente che molti di essi hanno fatto in merito al Film di Sorrentino sono stati a dir poco sconcertanti e ignobili, a mio avviso il suddetto Film è una vera Opera d'ARTE vedi le Scenografie la Fotografia,il Casting molto opulento a mio modesto parere per finire Il Romanzo stesso scritto rappresenta lo spaccato di questa nostra Società Incivile Ipocrita Borghese Mafiosa e Mondana che racchiude il tutto in un Mondo di Plastica. La cosa che più mi ha fatto incazzare è che il suddetto Film l'hanno capito gli americani è no una parte degli italiani ed io a questa parte degli italiani voglio fortemente dire: "continuate a sguazzare nella vostra Ignoranza e non contaminate grazie."
RispondiEliminaRaffaele Pennacchio
Ciao Raf. Credo anche io che la provincia-Italia non sia, il più delle volte, pronta a carpire l'essenza di certe opere (e non parlo solo di cinema). Pensa che nemmeno Fellini, Pasolini o Eduardo (a teatro) non sono mai stati di facile comprensione! Fatto sta che entrare in sala è sì un'avvicinamento culturale, ma prima ancora è un avvenimento "d'intrattenimento", uno spettacolo da proiettare in cui prima del messaggio latente, l'autore deve badare alle "semplici" sequenze da filmare. Dai film di Coppola a quelli di Pierino: prima c'è l'esigenza di condividere un codice, poi avviene la decodificazione. E qua che si fa vivo il nostro discorso. Da quello che ho letto in giro e da quello che ho carpito dal film, Sorrentino ha "strafatto" nel messaggio: ha sputtanato l'Italia al botulino, ha smascherato la borghesia becera e ha filmato una decadenza culturale assoluta insita nelle classi di potere (e non è un caso che il film sia girato a Roma). Resta però da chiedersi se l'autore abbia usato il codice giusto. Premettendo che oggi nessuno in Italia giri come Sorrentino, un maestro assoluto, bisogna chiedersi se lo "strafare letterario" che egli ha donato alla platea sia andato di pari passo con l'elemento tecnico. Metafore, paroloni, filosofia, vanno bene, purché siano congeniali all'intero apparato. Altrimenti vi è il rischio mortale di porre un accento letterario al film troppo, troppo acuto. Un accento che cozza assolutamente con l'essenza del cinema in sé. Scrissi tempo fa: "Sorrentino ha spinto esageratamente il piede sull'acceleratore autoriale [...] chiaramente, meno romanzo e più cinema avrebbero reso, a mio avviso, questo progetto ancor più imponente di quanto sia in realtà.". Ed ancora oggi è il mio modesto pensiero. Se avesse tradotto con immagini (e situazioni) alcuni passi stilisticamente letterari, La Grande Bellezza sarebbe piaciuto a tutti, anche al pubblico che si siede in sala con altre aspettative. Anche a quelli che avrebbero voluto Jeppy (un immenso Toni Servillo) meno "professore/narratore" e più "eroe/antieroe", per intenderci.
RispondiEliminaChiudo col dirti che tuttavia l'Italia, soprattutto quella "televisiva", non sa riconoscere e riconoscersi e né tantomeno è disposta ad imparare a farlo. A prescindere dall'arte, dalla storia, dalla cultura: sì, hai pienamente ragione, lo fanno meglio gli altri dall'ester(n)o.
Stefano
Prof io non sono un critico cinematografico anzi come si suol dire vado a braccio cioè a sensazioni è secondo il mio modesto parere questo Romanzo mette in risalto tutto lo squallore del presente, ma che si discutono i contenuti del suddetto Film da chi è abituato a vedersi le fiction grande fratello uomini e donne etc etc....non si può proprio sentì.
RispondiEliminaEl mundo es tuyo mi amigo.
Raffaele Pennacchio
Alla mostre ci vanno gli appassionati di arte. Ai concerti jazz gli appassionati di musica. Al cinema ci vanno tutti: questa è la bellezza dello spettacolo della proiezione. Ognuno può essere "critico" a suo modo e non è affatto un male. Se però si discute sulla forma del film, bisogna conoscere almeno parte dell'apparato tecnico. Se, invece, si discute sul contenuto del film, bisogna conoscere almeno parte dell'apparato culturale. E a mio modesto parere, certa tv, con annessi telespettatori, non ne fanno parte!
RispondiEliminaI waiting for you!
Stefano
Concordo il tuo pensiero Prof ma criticare un Film senza un minimo di Cultura come tu stesso sostieni a mio parere la stessa critica fatta da coloro equivale al belare delle pecore, detto ciò dall'alto della mia ignoranza ho preferito più il Romanzo che il Regista Autore ha messo in scena per un semplice motivo quello dei Contenuti.
RispondiEliminagoodbye my friend Raffaele Pennacchio
Poi da vicino riapriremo il dibattito. Anzi, se Dio vuole, vedrai anche la mia ultima "fatica cinematografica"! Io, tu ed il nostro amico "Nome in codice: Cin Cin".
RispondiEliminaN'abbraccio Raf!