Alexander Supertramp, il protagonista di Into the wild, decide di cambiare vita, allontanarsi
dalla giungla globale e cittadina per vivere giorno dopo giorno in qualsiasi
lembo di terra distante dalla sue radici familiari e sentimentali. Si ritroverà
in Alaska dopo quasi due anni di vagabondaggio. È lì che incide i suoi pensieri, è lì che scopre l’essenza del suo viaggio,
è lì che davvero resterà solo per la prima volta nella sua vita e abbraccerà le
conseguenze che comporta una solitudine ricercata ed asfissiante. Una grande
storia, non c’è dubbio.
Tuttavia, credo che l’idea del regista Sean Penn di
catturare il dettaglio, portare lo spettatore nella natura selvaggia, tra luci
divine e profumi lontani, divenga troppo spesso, in questo lungometraggio di
148 minuti, un’esasperazione inutile ed improduttiva. Sarebbero bastati il 30
per cento dei tagli in meno per rendere il tutto meno “schiacciante”. Ne
avrebbe giovato la struttura tecnica dell’intero film e la stessa storia, che
in un bel po’ di circostanze sembra voler raccontare tutto ed invece non
racconta nulla. Capitoli (così come raccontano i sottopancia) che andavano
gestiti, a mio avviso, con più cura nei rapporti dei singoli: barattare le
immagini “di repertorio” sparse di qua e di là con intrecci interpersonali certamente
più interessanti.
Into the wild è un
buon film, ma lento, troppo lento, disperatamente in ralenti.
Ma la lentezza della storia è dettata anche da una
testualità accentuata ai massimi termini. La scrittura prende il sopravvento
sulla parola. La sorella del protagonista legge e non dice, Alexander s’improvvisa
cantore e quel che resta di uno sbiadito Bresson risulta un’ennesima
esasperazione di una vicenda tuttavia geniale, cinematografica. Sì, perché le reali avventure di Alexander Christopher McCandless,
racchiuse da anni in un libro, sono squisitamente interessanti, visive.
E ad un più maturo Sean Penn regista vorrei allora chiedere:
perché dettagliare con ostinatezza parole scalfite e stampate? Perché ammorbidire
i campi alla Sorrentino anche quando le azioni meritavano più di un buon pezzo
musicale? Perché non concentrarsi sul soggetto della pellicola?
Secondo la mia modesta opinione, Into the wild poteva essere un capolavoro. Non lo è, ed è un vero
peccato. Resta comunque un film da vedere: con animo naturalmente.
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