sabato 8 giugno 2013

Ops/30: Into the wild/Sean Penn

Alexander Supertramp, il protagonista di Into the wild, decide di cambiare vita, allontanarsi dalla giungla globale e cittadina per vivere giorno dopo giorno in qualsiasi lembo di terra distante dalla sue radici familiari e sentimentali. Si ritroverà in Alaska dopo quasi due anni di vagabondaggio. È lì che incide i suoi pensieri, è lì che scopre l’essenza del suo viaggio, è lì che davvero resterà solo per la prima volta nella sua vita e abbraccerà le conseguenze che comporta una solitudine ricercata ed asfissiante. Una grande storia, non c’è dubbio.
Tuttavia, credo che l’idea del regista Sean Penn di catturare il dettaglio, portare lo spettatore nella natura selvaggia, tra luci divine e profumi lontani, divenga troppo spesso, in questo lungometraggio di 148 minuti, un’esasperazione inutile ed improduttiva. Sarebbero bastati il 30 per cento dei tagli in meno per rendere il tutto meno “schiacciante”. Ne avrebbe giovato la struttura tecnica dell’intero film e la stessa storia, che in un bel po’ di circostanze sembra voler raccontare tutto ed invece non racconta nulla. Capitoli (così come raccontano i sottopancia) che andavano gestiti, a mio avviso, con più cura nei rapporti dei singoli: barattare le immagini “di repertorio” sparse di qua e di là con intrecci interpersonali certamente più interessanti.
Into the wild è un buon film, ma lento, troppo lento, disperatamente in ralenti.
Ma la lentezza della storia è dettata anche da una testualità accentuata ai massimi termini. La scrittura prende il sopravvento sulla parola. La sorella del protagonista legge e non dice, Alexander s’improvvisa cantore e quel che resta di uno sbiadito Bresson risulta un’ennesima esasperazione di una vicenda tuttavia geniale, cinematografica. Sì, perché le reali avventure di  Alexander Christopher McCandless, racchiuse da anni in un libro, sono squisitamente interessanti, visive.
E ad un più maturo Sean Penn regista vorrei allora chiedere: perché dettagliare con ostinatezza parole scalfite e stampate? Perché ammorbidire i campi alla Sorrentino anche quando le azioni meritavano più di un buon pezzo musicale? Perché non concentrarsi sul soggetto della pellicola?
Secondo la mia modesta opinione, Into the wild poteva essere un capolavoro. Non lo è, ed è un vero peccato. Resta comunque un film da vedere: con animo naturalmente.


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