lunedì 29 settembre 2014

Festa di San Gennaro a Manhattan: the feast of all feasts.

Prima di buttar giù qualche riga dedicata alla Festa di San Gennaro a Manhattan, banalmente ho il dovere di premettere che ogni città di questo mondo possiede una precisa identità. È una questione storica, artistica, linguistica, culinaria, introspettiva. Ogni città possiede nelle sue viscere una lapalissiana personalità scolpita dal tempo e dagli uomini. Uomini che vi hanno lasciato, direttamente o indirettamente, un’impronta nel corso dei secoli.
Tutte eccetto una: New York. Ciò che affermo sa di incomprensibile, ma solo chi ha attraversato per una volta nella sua vita le Street e le Avenue newyorkesi può afferrare con maggior forza questo astruso concetto. New York non ha un’identità, New York ne ha mille. Non possiede una storia millenaria, ma conta migliaia di storie. E così via per la cucina, per gli idiomi e per gli eventi che in genere fungono da collante anagrafico. Certo, non parlo della calca che ha inondato l’Apple Store sulla storica Fifth Avenue per l’uscita dell’ultimo Iphone, ma di celebrazioni, religiose o pagane che siano, atte a raccogliere emozioni e ricordi di un costume ben determinato in un determinato segmento della nuova York. Una città ovviamente sconfinata nel corpo e nello spirito.
E mentre qualcuno stringeva in mano il suo nuovo telefonino, c’era chi a Mulberry Street afferrava con voracità il suo ultimo sandwich con salsiccia e rapini, più comunemente chiamati friarielli. Già, nella festa di San Gennaro c’è chi vende zeppole, sfogliate e pizze fritte. E non mancano braciole, margherite, aglianico e falanghina. La Festa delle Feste del Santo Patrono di Napoli richiama una mole di italoamericani che sovrasta ogni immaginazione. Chi percorre quell’angolo della downtown si ritrova calato in almeno una dozzina di pellicole hollywoodiane incentrate sugli italiani d’America! Difatti, ciò che balza inizialmente agli occhi, anzi alle orecchie, è questa magnifica lingua che si propaga tra le bancarelle dei dolciumi e le malinconiche fisarmoniche: un italiano che italiano non è! Bensì un napoletano (o qualsiasi altro idioma meridionale) mezzo dimenticato tra le “bianche scie di un’elica” o mezzo appreso tra le vecchie mura domestiche. Americani che speakano una sorta di napolenglish zeppo di reminiscenze e radici mai del tutto sradicate.
Ed a proposito di fisarmoniche: poteva mancare la musica a scandire l’acceso ritmo dei passi? Oltre alle melodie della tradizione napoletana in lingua originale, ciò che meglio incarna lo spirito di questa manifestazione sono le stesse colossali melodie tradotte in inglese: una su tutte It’s now or never, ovvero ‘O sole mio di Elvis Presley.
Arie del passato che si confondono tra le statue sacre inalberate di dollari e luci calde rese roventi dai generatori sparsi a destra e manca. Arie di festa che segnano sì una vecchia era di valigie di cartone, ma che tuttavia ne rimarcano una nuova globalizzata, l'era delle app scaricate per dimezzare le distanze dalla terra natia.

La Festa di San Gennaro di New York è un evento singolare, una cometa che percorre il 41° parallelo di questo mondo dalla mattina alle 11 precise di sera: quando la polizia, attraverso una serie di megafoni, invita i commercianti a terminare le proprie attività. Quando la stessa polizia saluta giovialmente con uno scandito Ciao! coloro che sono accorsi giulivi alle celebrazioni dell’internazionale Sanscenaro. La Feast of all Feasts è una expo della memoria emigrante, un sussulto di identità in una società di massa mai così poco identitaria.

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