mercoledì 17 settembre 2014

CGBG di Randall Miller

Per omaggiare la nuova rubrica di Comunicatella “Your Song” del caro Salavatore Setola, non potevo che recensire un film che parlasse di musica. E che musica! CBGB è un titolo che dice tutto agli appassionati più incalliti dell’arte perfetta, in particolar modo ai cultori  del leggendario genere punk. Ma attenzione: CBGB di Randall Miller non è un documentario. È un film che cela nel suo animo un fumetto davvero speciale.
La storia narra, difatti, dell’inizio americano del genere più violento della musica anglofona attraverso la fondazione dell’artigianale Punk Magazine da parte di John Holmstrom e Legs McNeil, due simpatici giovani del Connecticut in cerca di guai. Da qui la descrizione degli eventi che fanno di Hilly Kristal (un perfetto Alan Rickman) il padre fondatore del locale più inferocito della Bowery, (all’epoca) quartiere disastrato di down Manhattan. Negli anni Settanta, Hilly apre il Country, Bluegrass and Blues, CBGB per l’appunto, un club nato da fragili fondamenta western. Data la decadenza della country music, Hilly decide di scommettere su giovani esponenti della musica rock underground, artisti che iniziarono a portare sul suo palco un’originalità mostruosa, invadente e quanto meno esplosiva. Hilly diventerà, pertanto, tra debiti e dannazioni, il padrino di gruppi come i Blondie, i Television, i Ramones, i Talking Heads, i Dead Boys e i Police. Gulp!

Il tutto si raccoglie in un film simpatico, girato con onestà; un film che trascina i sostenitori del punk in un trip univoco ed accattivante. Chiaramente non è tutto da prendere sul serio. La sceneggiatura sembra davvero troppo fumettistica e i personaggi, ahimè, appaiono spesso sullo schermo più cartoni che animati! 
Ciò che tuttavia rende speciale questa pellicola agli occhi dei punk-appassionati è il rispolvero di alcuni valori rock (in)sani, genuini, che niente hanno a che fare con la spettacolarizzazione più televisiva della musica: il provino, le serate, i cessi sporchi, gli amplificatori Marshall lasciati ad ammuffire su un palco ligneo e zeppo di cimici, Patty Smith che legge Baudelaire e Lou Reed che schernisce i giornalisti. Probabilmente, l’obiettivo dell’autore non era quello di documentare una parentesi sterile fatta di eroina e capelli zozzi, ma di voler riafferrare i tagli di Stiv Bators, i capricci dei Ramones e le cazzate di Iggy Pop. Quasi come riscoprire l’angolo folle di una musica passata ma non perduta. Quasi come catturare un ricordo elettrico di una notte nella Bowery e donarlo a chi ancora oggi mette sul piatto  Blitzkrieg Bop e lascia tremare le pareti.


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