Lo Zio di Brooklyn è un capolavoro!
Martoriato dalla critica perbene, il primo lungometraggio di Daniele Ciprì e Franco Maresco, reduci all’epoca dall’esperienza di Cinico Tv, spoglia il cinema di ogni fattezza barocca per il solo fine di donare allo spettatore un lungometraggio grezzo e antinarrativo. Aggettivi che non devono ingannare, sia chiaro. La maestria usata dai direttori, in parallelo con una fotografia accesa e brutale (firmata da Luca Bigazzi), pone un accento stilistico che va al di là di ogni pregiudizio sterile e prettamente politico.
E poi c’è l’apocalisse. La bestialità di un’ipotetica periferia palermitana che periferia non è: un turpe campo di battaglia vuoto ed esanime, un deserto di valori in cui l’animale-uomo sopravvive a se stesso senza gloria e senza gioia in assenza della bellezza corporale e paesaggistica. I richiami ai brutti, sporchi e cattivi di Scola e ai sobborghi pasoliniani sono minimi: in questo progetto, piuttosto, vi è un chiaro richiamo alla metafisica di De Chirico in cui l’uomo solo, nudo, in piena luce zenitale, diventa apertamente un enigma da risolvere in fretta. Il filo narrativo è surclassato dall’epistemologia, la grazia cede il posto all’oscenità. Palermo, che in fondo, ripeto, Palermo non è, diviene tela su cui tessere un virtuosismo squallido, volontariamente abominevole.
Lo Zio di Brooklyn è, pertanto, un manifesto alla geniale bruttezza, un urlo anni ’90 al classicismo ipocrita di chi tratteneva (e trattiene tuttora) il cinema per i testicoli. Una film catastrofico da ammirare secondo per secondo, in ogni spazio vuoto, in ogni acuto silenzio.
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