The music never stopped fa parte di quella costellazione di film, drama in questo caso, che in Italia non avrei mai potuto conoscere ed apprezzare realmente.
Non si tratta certo di un lungometraggio d’autore, di una pietra miliare, ma di sicuro questo film – americano nel midollo – porta con sé una carica emotiva che non lascia indifferenti.
Il debutto alla regia dello scrittore Jim Kohlberg è un richiamo al gioco proustiano della memoria senza cadere nella tremenda trappola letteraria. Il neodirettore, infatti, è bravo nella gestione del mezzo cinema: ne fa un buon uso, equilibrato come sempre dovrebbe essere nel rapporto penna/cinepresa. In pratica, non si ostina a rendere cartaceo ciò che non deve esserlo. Chiaro, le pecche tecniche sono evidenti, Kohlberg non è un maestro, ma gli stimoli emotivi lasciati allo spettatore non mancano per tutta la durata del movie.
Inoltre, nella sceneggiatura vi è un elemento che amplifica la suggestione in sala, un fattore che spesso gli autori inseriscono nei propri progetti in maniera furba e subdola: la malattia. Non è però il caso di The music never stopped. Gabriel (Lou Taylor Pucci) perde la memoria breve a causa di un tumore al cervello. Dopo venti lunghi anni passati lontano dalla famiglia in cerca del suo sogno hippie, il giovane rincontra i suoi genitori (J.K. Simmons e Cara Seymour) in uno stato di semidemenza. Da qui nasce il gioco mnemonico-musicale a cui partecipano figlio, padre, madre e dottoressa (Julia Hormond) atto allo sviluppo cognitivo dell’ex capellone del West Village di Manhattan. Il finale con l'essenza del romanzo non rovina l'intero apparato.
Indescrivibile, infine, la colonna sonora che accompagna la storia del film: Bob Dylan, Grateful Dead, The Beatles, The Rolling Stones, Crsby, Stills and Nash, Buffalo Springfield. La potenza della musica, miracolosamente terapeutica, è l’anima di un bel lungometraggio senza grandi pretese ma con un ottimo soggetto alle spalle.

Nessun commento:
Posta un commento