Paolo Sorrentino è oramai diventato una garanzia. Un prodotto di alta qualità che spazza via i dubbi sulla scelta del prodotto cinematografico all'ingresso della sala. D'altronde, la filmografia del regista napoletano parla da sola e la sua tecnica a dir poco raffinata è manna dal cielo per un cinema italiano in profonda crisi fisica e spirituale.
La Grande Bellezza, però, non è un capolavoro assoluto. A mio modesto parere, Sorrentino ha spinto esageratamente il piede sull'acceleratore autoriale. In questo caso, la sua pennellata da direttore ovvero il suo moto perpetuo da taglio in taglio con carrelli e gru, diviene in questo lungometraggio a tratti snervante se non ripetitivo. Tutto a sfavore di un ritmo che spesso è condizionato dall'atteggiamento soave e letterario di un regista che di certo non nasconde la sua grande passione per la scrittura. La stessa trama del film ne parla apertamente. Bisogna ricordare a tal proposito che Sorrentino ha esordito come scrittore con Hanno tutti ragione e Tony Pagoda e i suoi amici editi entrambe da Feltrinelli. Penna e cinepresa, però, hanno sempre avuto un rapporto d'odio-amore: gestire magistralmente al tempo stesso l'essenza ontologica dei due mezzi comunicativi è indubbiamente alla base di un ottimo progetto audiovisivo.
Detto ciò, resta comunque da porre un prezioso accento su alcuni punti chiave de La Grande Bellezza. Il primo riguarda il maestoso Toni Servillo. L'affiatamento tra lui e Sorrentino si sente a prima battuta: l'attore è creta nelle mani dell'autore. Spettacolare è il termine giusto per definire la maschera che il pubblico si ritrova davanti! Tuttavia, positiva è la gestione di tutto il cast: il lavoro del regista partenopeo è corale, dal primo all'ultimo minuto. Infine, la storia di Geppy (il nome del ricco protagonista) è appassionante ed a tratti metafisica, ricamata su misura con pizzi e merletti. La Roma mondana, così lontana da quella del Maestro Fellini, diverte e contemporaneamente scuote lo spettatore in diversi frangenti: la macchietta diviene triste, il logico si riversa nell'illogico.
Un film da non perdere che, tirando le somme, appaga lo spettatore sui titoli di coda. Chiaramente, meno romanzo e più cinema avrebbero reso, a mio avviso, questo progetto ancor più imponente di quanto sia in realtà.

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