Premetto: non sono un sociologo; non sono uno psicologo; non
sono un economista; non sono un giornalista; né tantomeno un geografo. Sono un
giovane legato alla propria valigia e nulla più.
Le sottostanti righe non sono provocatorie. Sono quesiti che
cercano risposte esaustive da chi spesso parla il doppio ed ascolta la metà.
Domande semplici che nascono da letture approfondite di commenti, slogan e
manifesti impregnati di timore e rabbia nei confronti dell’altro, dello scippatore straniero di denaro ed italica
dignità.
Ed allora. Fratelli d'Italia, credete davvero che la maggioranza degli
stranieri arrivi a Lampedusa con lo schietto scopo di restarci? Vi credete l’America, la terra promessa? Questa, a
parer mio, è presunzione bella e buona. E rido. Rido di gusto se penso
all’offerta italiana da qualche anno a questa parte.
A proposito dell’America. Un Saggio diceva: perché guardi la
pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è
nel tuo? È sempre troppo comodo manifestare il proprio disappunto nei confronti
del nemico quando si ha il culo al
caldo. Con i social network e con la
tecnologia leggera lo è ancor di più. Con la coperta corta, invece, la storia
cambia drasticamente: cambia da chilometro in chilometro, in verticale ed in orizzontale. Il marchio si ripercuote su chi lo stampa a fuoco
tutt’oggi. E vi pongo questo quesito: cosa ne pensa(va)no degli italiani negli
Stati Uniti, in Svizzera, in Germania, in Canada, in Brasile, in Argentina, in
Francia, in Spagna? Cosa hanno esportato all’estero gli italiani (e continuano
ad esportare) oltre alla pizza, l’espresso e i maccaroni? Ve lo siete mai chiesto, voi che vi gratificate con dati,
statistiche e percentuali? E dunque, tolto il marcio - quello che non ha né bandiera
né colore - quanto mortifica un’etichetta ingiusta sulla pelle degli uomini
onesti? Chiedetelo a chi non vedrete domenica in piazza. Chiedetelo a quelli
che vi chiamano con le interurbane o con le schede internazionali. Chiedetelo a
quelli di Emergency, ai missionari, a chi lavora nei campi, nelle fabbriche
putride, a chi crede in un dio equo, a chi invidia il focolare domestico dei
propri padroni.
E poi, vi siete mai chiesti davvero da dove provenissero i clandestini, il motivo sincero del loro azzardo? Avete mai parlato con un
africano della sua storia, della sua città natale? Avete mai chiesto a questi
uomini di cosa si nutrissero, di quali possibilità avrebbero usufruito in terra
natìa? Avete mai parlato con loro di politica, della loro politica nazionale?
Avete mai parlato con loro di libertà? Quella che oggi, ipocritamente o meno, mi
lascia scrivere un modesto post e che domani vi lascerà commentare.
Ed ancora. Vi siete mai chiesti davvero perché un individuo
rischi la propria vita nel bel mezzo del Mediterraneo per attraccare su una
costa oggettivamente sconosciuta? E qui non si parla del sicuro Rex felliniano, ma di barconi
fatiscenti, obsoleti. Vi siete mai chiesti del valore di una vita? Il 3
ottobre, dinanzi a 300 vittime delle onde, vi siete posti questo banale
quesito: quanto costa esistere? E
quanto costa a questa gente lasciare un padre, una madre, una compagna o un
figlio? Quanto costa sperare?
Ed allora, avete mai avete mai ascoltato un uomo allo stremo
delle forze? Avete mai riflettuto sulle loro risposte, sul loro idioma europeo,
voi cultori della storia a puzzle?
E soprattutto, avete mai imbrattato
i muri di Washington o di Bruxelles? Avete mai puntato il dito contro chi ha
giocato con il sangue povero, contro chi ha prosciugato per sempre le mammelle
delle mamme degli altri, contro chi
ha succhiato (e continua a succhiare) le risorse di nazioni intere destinandole
alla fame per un subdolo gioco politico ed economico? Lo stesso che, con le
dovute proporzioni, ha relegato il sud, ogni
sud, in panchina da centinaia di
anni. Un gioco che permette all’uomo democratico occidentale di gettare gli
avanzi della cena e al tempo stesso di pisciare dall’alto del proprio
grattacielo, di scegliere di abbattere laddove è tutto abbattuto così da poter
raccattare e portare a casa con famelica frenesia. Un gioco che consente di
denigrare ciò che è stato denigrato con violenza, terrore e colonialismo. Un
gioco razzista, sì. Razzista fino al midollo.
Ed allora. Dove sono finite le lancette della vostra
memoria? Sciolte come nel prezioso Dalí?
Esauriti i miei elementari quesiti, mi limito a credere ingenuamente
che la Terra giri da anni, da millenni. E con essa giriamo noi. Chiedete ai
Greci o agli Egiziani. La storia si piega e si ripiega su se stessa ed i giudizi affrettati,
il più delle volte, si ripercuotono su chi li esterna senza porsi nessun sano e
semplice interrogativo dinanzi allo specchio.
la memoria dell'italiano medio é breve. disprezzano e non si mettono nei panni di questi stranieri anche se, per assurdo, in quei panni ci sono giá stati. molti di loro hanno nelle carte d'identitá nomi di cittá straniere e molti di loro vivono in case ereditate da nonni che si sono spaccati il culo (concedetemi l'espressione),facendo i lavori "sporchi" che oggi non si sognerebbero piú di fare e che fanno,invece, gli emigrati! "ci rubano il lavoro", e intanto nei campi di pomodori trovi solo gente che é 'leggermente' piú scura di pelle. e i nostri nonni che andavano in belgio a spaccarsi la schiena nelle miniere? ce lo siamo dimenticato?! Per troppo tempo la generazione antecedente alla nostra ha sfruttato e sperperato tutte le ricchezze ottenute con fatica nel post guerra, ora che tutto questo sta per finire, torneremo ad apprezzare quei lavori che sono tanto schifati da noi ma che,al tempo stesso, nn vorremmo nemmono far fare a gente che non appartiene alla nostra nazione? che poi, di quale nazione stiamo parlando?? tentiamo di difendere la nostra tanto cara Italia da 'gente diversa' quando poi,invece, la dovremmo difendere soltanto da noi stessi!! letizia
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