lunedì 11 febbraio 2013

Ops/10: Ecco, scegliere, mi soffermo qui/Margherita Colella

Appartengo a quella schiera di giovani che ha scelto di emigrare.
Ecco, scegliere, mi soffermo già qui.
In un contesto dove sei soffocato dalla frustrazione, dall'insoddisfazione, decidere di andar via è una scelta o un obbligo? O forse, per meglio dire, un doveroso passaggio da affrontare per darsi una piccola svolta?Perché arrivi a un punto di non ritorno, cominci a crescere e capire che non puoi fare la cameriera a nero per tutta la vita, e sai che se continui nessuno verrà a salvarti.
Per un periodo ci si può parcheggiare all'università, ma se poi devi mantenerti le tasse, i libri e torni a casa di notte distrutto, con le converse consumate e i calli sotto i piedi, la mattina non ce la fai a svegliarti e correre verso quella benedetta stazione di Sant'Antimo/Sant'Arpino, così familiare, ma così anonima, coi suoi due binari, uno verso Napoli, uno verso Caserta, e nulla più. Anche su quei binari cominci a sentire che la tua terra, la tua familiarità con gli ambienti ,con le facce di amici, conoscenti e ragazzi del paese che saluti assonnato di prima mattina, ti va stretto. Ti senti un estraneo a casa tua, o quantomeno inutile, senza prospettive.
E allora ti arriva una mattina d'estate, di un caldo luglio santarpinese, un telegramma dal trentino per una supplenza come bidella, una domanda fatta anni prima,alla fine del liceo, cosi' per gioco, all'epoca pensando che non lo avresti mai fatto, perché a fine liceo ti immagini che tutto è ancora da scrivere, che c'è l'università, che poi trovi il lavoro che ti piace e che magari riesci a coltivare quelle poche passioni che hai, la musica, la lettura e qualche film da vedere con gli amici di sempre,e pensi ma sì, la faccio tanto per non buttare via nulla ma a 25 anni forse farò la correttrice di bozze, che me ne faccio di una domanda dove per mille euro al mese dovrò pulire i cessi su in montagna a mille chilometri dalla mia vita, lontana dai miei affetti.
E invece ti ritrovi a ventisei anni, che per percorsi molto meno lineari di come li immaginavi a 18 anni, quella domanda diventa la tua "chiave di volta".
Buffo, ridicolo, ma tragicamente reale e la realtà, diceva un grande filosofo tedesco, un tale Hegel se non mi ingannano le mie reminiscenze liceali, è sempre concreta, maledettamente concreta aggiungo io.
Mi sono interrogata spesso su quanto io sia stata protagonista della mia vita, delle scelte sostanziali della mia vita e alla fine l'unica risposta che ho trovato è stata: "Si,certo, ho scelto, ma la mia è stata semplicemente una scelta obbligata, se non vedi alternative, la prima che ti capita, il primo sbocco, anche il più merdoso ti sembra un inizio, un appiglio, sul quale magari in prospettiva costruire la propria indipendenza, la propria vita". E non me ne faccio una colpa, non mi autoassolvo certo, avrei potuto fare di più, ma e' anche vero che di fronte ai sacrifici che migliaia di miei coetanei fanno non conta solo la volontà, la forza d'animo e la fiducia in se stessi, conta quello che questa società e' in grado di offrirti, e oggi offre molto, molto poco, soprattutto nel Sud del nostro Paese, dove il caldo ti ammazza e hai voglia di cambiare cantava Pino, dove t'ammazza la fame, la miseria, il freddo, il lavoro nero, il votare l'amico che tanto poi mi trova un lavoro, la campagna, il mare devastato e la mozzarella contaminata, dove gli odori, i sapori, le voci e i rumori che amavi cominciano a confondersi  e a non lasciarti scampo.
E fa proprio rabbia, perché se davvero avessi potuto scegliere liberamente, senza vincoli di necessità materiali, senza pensare ai doveri non sarei mai andata via, cosi' lontana dai miei fratelli, dai miei genitori, dai luoghi che si a volte odi, ma che sono tuoi, stampati nel tuo sangue, dove sei solo, ma se non vuoi sentirti solo vai in piazza e tra una sigaretta e un caffè fai due chiacchiere con un amico, un conoscente e magari, anche se è un giorno triste, una risata viene fuori.
E c'è di più. Quando sono qui ci sono giorni in cui la malinconia è forte e prenderei il primo treno anche solo per passare un pomeriggio nel mio giardino, per prendere un caffè con mia madre sentire le sue urla perchè scrocco le sigarette, litigare sistematicamente con mio padre su qualsiasi argomento o semplicemente fermarmi al Bar Ducale. Ma poi quando sono in viaggio  per andare a casa, nelle ferie, nelle pause sacrosante (i classici natale, pasqua e ferragosto) mi sale l'ansia che esplode appena metto piede alla stazione di Aversa, perché mi sento estranea a quei luoghi, mi devo riabituare ai rumori, al dialetto, ai modi di fare (che in trentino riecheggiano nella mia testa). La prima notte a casa non riesco nemmeno a dormire bene nel mio letto di sempre!
In pratica mi sento un'estranea qui tra le montagne e ora anche a casa mia, per quanto io la ami.
Non è forse questa una forma subdola di violenza a cui siamo sottoposti?
Ecco,credo di non esser la sola e questo mi consola e mi corrode allo stesso tempo, perché vivo uno stato di perenne e profonda rabbia. Perché, ed e' forse questa la maggior beffa, sei frustrato e insoddisfatto anche dopo, anche quando hai uno stipendio a  fine mese e hai costruito un piccolo mattoncino verso la maturità e l'indipendenza. Certo adesso sono io che do un aiuto alla mia famiglia e non viceversa e mi sento orgogliosa, cresciuta cambiata, ma a che prezzo? Un tempo emigrare era un modo per realizzarsi davvero, riuscivi a realizzare i tuoi sogni, partivi per lavorare, per studiare e per poi trovarti quel posto nella società che desideravi (o almeno ti avvicinavi alle tue aspirazioni). Oggi lo fai solo per non soccombere. Almeno vale nella maggior parte dei casi. Ne conosco pochi di giovani che emigrano per inseguire i proprio sogni, oggi lo fai per necessità, per avere i contributi invece di piegarti al lavoro malpagato e a nero. Tendenzialmente è cosi'...e non trovi più nemmeno distante da casa l'isola felice, com'era un tempo per quelle generazioni che prima di noi hanno vissuto quell'esperienza. Almeno in linea generale succede questo. Io appartengo di sicuro a questa categoria, a meno che qualcuno non pensi che la mia aspirazione fosse fare la bidella, con tutto il rispetto che ho per il lavoro che faccio e per chi lo fa. Il lavoro non è mai una cosa indegna: questo lo credo profondamente.
Insomma, il prezzo è alto e mi chiedo se davvero il gioco valga sta benedetta candela.
Non ho una vita sociale, quel poco che in due anni sono riuscita a costruirmi lo devo al mio ottimismo rivoluzionario. Nonostante la tristezza, la frustrazione e la rabbia, credo che le cose possano, debbano cambiare e, nel mio piccolo, cerco disperatamente di costruirlo questo cambiamento. Allora mi iscrivo alla prima sede incontrata di rifondazione, incontro giovani compagni che come me sono oppressi da questo stato di cose e condivido discussioni, riunioni, assemblee, momenti importanti in cui mi sento viva, in cui metto le mie poche idee e il mio piccolo cervello al servizio di una piccola collettività, per non perdermi, per non arrendermi, per non farmi travolgere da quello che mi fa schifo. E' la mia unica forza e va bene, ma non basta.
Perché poi il mattino dopo sei sempre la bidella supplente terrona, quella che se un giorno chiama perché ha la febbre (e tra l'altro sei sola e ti metti nel bus con la febbre alta per andare in guardia medica e per comprarti il paracetamolo: non c'e' un amico, il tuo ragazzo o la mamma che ti porta la tisana calda o la pastina in brodo a letto, ma amen!) e chiede malattia è sempre poco creduta: in fondo sei sempre una napoletana, una che vuole fottere gli altri, una che ruba il posto di lavoro a un trentino, un'estranea, in una terra anche bella e forse buona ma che ti fa sentire sempre diversa, sempre non integrata. E basta la battutina del tuo collega o della maestra di turno per ricordarti che sei solo una sfigata.
E poi ti senti tale, perché a lavoro (è la mia esperienza!!!) sei lì a consegnare carte, a pulire, a dire buongiorno quando passa il dirigente che a stento ti degna di uno sguardo e che non si ricorda mai il tuo nome. E ti senti sprecata. Quando disinfetto il bimbetto di turno che a ricreazione è caduto, o cambio lo scricciolo di prima elementare che si e' pisciato addosso ed umiliato e piangente viene intimidito a chiederti di lavarlo e riesci a chiacchierarci, a farlo sorridere ti accorgi che qualche potenzialità ce l'hai, che dovresti sfruttarla, che forse dovresti rimetterti a studiare ed emanciparti, costruire un tassello in più dello stipendio a fine mese e dei contributi versati, ti interroghi  ancora una volta e pensi: "Magari potrei fare l'educatrice, studiare, fare dei corsi per lavorare nelle cooperative, dare aiuto, lavorare coi disabili o con chi in questo Mondo è emarginato e si sente ancora più solo di te!".
Ed è uno stimolo, una fiammella che tieni viva, ma poi otto ore di lavoro, il freddo, le due ore in corriera giornaliere e il ritorno a casa, in una stanza asettica che non senti tua e proprio per questo vuota, senza una foto, un poster, un segno tuo, ti ricade il mondo addosso, risenti la pesantezza.
E' un continuo dissidio,tra quello che hai e quello che vorresti.
Vai avanti, provi a vedere il buono, provi a dirti che in fondo stai meglio di due anni fa, che sei cresciuta, che hai fatto cose nuove, hai poche ma nuove conoscenze, hai altre possibilità...ma come mettere in moto un meccanismo positivo? Come sfruttare questa nuova condizione? Come trasformare la pesantezza in riscatto? Non verso la tua famiglia, il tuo ragazzo o i tuoi amici, ma verso te stessa.
E sogni, elabori, magari combatti un po' d'ansia e provi a scacciar via la solitudine che è tanta e così tangibile che faticosamente riesci a  non lasciarti sopraffare dallo sconforto.
E' una guerra tutta interna, una guerra di pensieri e nervi e a volte logora, ti stanca, ti sfianca tanto da addormentarsi come un sasso appena ritorni da lavoro o al contrario tanto da farti passare l'intera notte in bianco a vedere la filmografia di Woody Allen e Bunuel o ad ascoltare la malinconia di Jarret e ti crogioli nell'arteteca.
Al netto di questi due anni posso dire di essere sicuramente migliore, di essermi messa alla prova, di aver avuto la possibilità di dimostrami che non sono ne' un'inetta ne' una stupida, ma mi sento ancora più smarrita e insoddisfatta perché non mi piace la vita che faccio e devo trovare il giusto modo per trasformare la mia rabbia in proposta, in ulteriore cambiamento. Di certo senza questa esperienza sarei ad un punto di partenza più basso, sarei più inadeguata e meno temprata al sacrificio probabilmente. Ma la vita può mai essere sempre e solo dimostrazione di quanto uno potenzialmente può essere? Sempre e solo esami, prove e sacrificio! E nel frattempo la vita vera, ovvero sentire le esperienze, sentirsi un po' felici o almeno sereni, sentirsi gratificati e sentire che l'aver rinunciato a cose che un tempo avrei pensato irrinunciabili, la mia famiglia in primis, è servito a scoprire altro.
Insomma voglio solo dire che mentre ci si mette continuamente alla prova la vita passa e la mia unica paura è non aver poi costruito degli affetti, non sentirmi soddisfatta come persona a prescindere da quello che sono per gli altri, senza questo passaggio ognuno di noi non è altro che la caricatura di se stesso e fondamentalmente sempre sul punto di essere pronto, maturo ma sempre con quel quid, con quel piccolo elemento mancante. Eternamente incompleto.
Essere davvero consapevole, adulta e in grado di darsi traguardi più significativi che la semplice sopravvivenza. A questo,come migliaia di persone aspiro.
In questi due anni ho galleggiato. Sempre meglio di affogare, vero, ma vorrei potermi lasciar andare e nuotare in un mare aperto, magari non da sola, perchè nessuno da solo ce la fa o meglio può anche farcela, ma a cosa serve se poi non hai le persone con le quali poter condividere?
Tutto qui.

Margherita Colella

2 commenti:

  1. Ciao Margherita,
    è stato bello leggere questo tuo post. Incredibile la quantità di parole e pensieri che questa nostra generazione condivide. Se scrivessi, sarebbero le stesse parole. Se sospirassi, sarebbero gli stessi sospiri. Se piangessi, sarebbero probabilmente lacrime similmente amare.
    Seguo questo blog perché pieno di stima e affetto per il suo autore. Mi permetto di risponderti, sperando di esserne minimamente degno.
    Ho un atteggiamento bipolare, lo ammetto, la mattina ottimista, la sera tendente al pessimismo alcolico. Anche io come te sono emigrato in un altro p(P)aese. Qui pochi capiscono la mia lingua e le mie facoltà intellettuali sono messe a dura prova dall'incapacità di esprimermi come vorrei.
    Eppure ora che scrivo il sole è alto (eufemismo), è mattina e la mano che scrive è condotta da sentimenti positivi.
    Spesso sento parlare di un passato in cui le "vecchie generazioni" erano costrette ad emigrare per vite migliori, soddisfacenti e felici. Lo ritengo poco vero. Troppo spesso guardiamo a chi sta meglio di noi per sentirci un po' più tristi, così da tirarci la zappa sui piedi e poterci sorprendere che faccia male.
    Molti dei nostri nonni conoscevano la fame, molti sono morti in guerra, molti hanno camminato chilometri per un tozzo di pane. Io non devo andare in guerra a morire, non devo camminare chilometri per un tozzo di pane e non vado avanti a pane e cipolle.
    Faccio lavori che mi disgustano, sorrido fintamente e vado avanti aspettando il "tempo delle vacche grasse" (così ha insegnato il nonno). Inoltre, invio decine di curriculum al giorno e faccio un bel po' di colloqui ogni settimana, facendomi forza ad ogni risposta negativa.
    Un amico siciliano di 50 anni, qualche tempo fa, mi raccontava sorridendo di come a 13 anni fu costretto ad andare con il padre a costruire strade in Germania. Sotto il sole estivo, poi al freddo inverno, si spaccava la schiena e asfaltava strade che i tedeschi avrebbero percorso felicemente con le loro famiglie per andare in villeggiatura. Era fiero dei suoi sacrifici e mentre parlava guardava fieramente alla sua famiglia.

    Siamo una generazione sfortunata, siamo tristi ma perdere la speranza e la forza è l'ultima cosa che può seervirci. Le colpe sono schifosamente di altri; sappiamo tutti di essere innocenti in questo misero destino cui ci stanno condannando.
    Ma non dobbiamo farci crollare il mondo addosso, non siamo in guerra, non siamo morti e, soprattutto, non siamo ancora sconfitti.

    In bocca al lupo per tutto.
    Teniamo duro.

    ( o victoria o muerte ;) )

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  2. Leggendo il tuo post a tratti mi hai fatto rivivere le mie esperienze passate lassù al nord ,quando ti sentivi solo e lontano e il pensiero tornava sempre li giu' a Casa dai familiari e amici,è anche vero che poi quando arrivavi in stazione ad Aversa tutta quella confusione ti colpiva in modo negativo e ti sentivi frastornato e confuso. Io dalla mia esperinza ho imparato a conoscere i miei limiti,e su questo ho posto le basi del mio futuro, e sono convinto che da tutto ciò ne sono uscito più forte di prima.

    Nel salutari ti auguro tutto il meglio che desideri.
    Raffaele Pennacchio

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