mercoledì 25 giugno 2014

Calcio e cicatrici

Se avessi scritto queste righe su Ciro Esposito come un fiume in piena, avrei, con molta probabilità, propagato più astio che opinioni. Avrei tracciato col mio istinto una direzione errata, una direzione opposta a quella che in realtà sento nello spirito. Perché sentivo sulla pelle l’assenza dello stato quando s’incitava all’odio sugli spalti. Sentivo sulla pelle l’assente presenza delle istituzioni in quella maledetta giornata all’Olimpico e quando sullo stesso s’inneggiava dalla Curva Sud, pochi giorni dopo l’accaduto, il responsabile di questa assurda tragedia. Ed anche in quel caso sentivo sulla pelle l’assenza di una Fgci che non mosse un dito per ristabilire l’ordine ed il decoro tra gli sportivi. Ho preferito, dunque, respirare a lungo, lentamente.
Dell’assenza atavica dell’apparato pubblico la famiglia di Ciro oggi ne è contenta. “Oggi non è gradita la presenza delle istituzioni che si sono nascoste in questi 50 giorni di dolore” dice il comunicato diramato poche ore fa dai genitori del ragazzo. Forse si cela in queste due righe il nocciolo della questione, il concetto su cui poggiare le basi per un futuro più roseo e meno ipocrita. Lo stato non c’è, non ci sarà. Lo stato non vuole esserci perché non vuole caricarsi sulle spalle la dovuta responsabilità di ciò che accade in questo tetro paesello. Accade in politica, accade nello sport. Lo sport in quanto metafora schiacciante di ciò che è l’italia nel 2014 (non mi stancherò mai di scriverlo!), quella del pupo Renzi che esce sconfitta nel confronto con l’Uruguay del Maestro Pepe Mujica. La chiave è in quelle due semplici righe: lo stato non siamo noi. In italia pare che lo stato sia uno stato di cose, un organismo-altro che non appartiene al votante, non appartiene al popolo, ma ad un sistema manipolato e manipolante studiato a tavolino qualche decennio fa. 
Ed allora siano le parole di due individui affranti uno spot di unione pacifica. Il nesso di tutti coloro lasciati in un angolo da chi, strapagato ed idolatrato, avrebbe il dovere di tutelare e pianificare. Tutelare l’uomo che ama lo sport (in quanto tassello profondo della civiltà umana) e pianificare il debellamento dell’uomo che, invece, pedissequamente lo distrugge. Seppur ci siano porte da sbarrare. Che siano quelle degli stadi o quelle delle prigioni. Perché senza una tutela, senza una pianificazione, sarà logico assistere ad altri 50, 100, 1000, 56000 giorni di vergognoso abbandono. 
Siano queste drammatiche righe uno scossone per la gente perbene, quella che non si rivedrà mai in questo calcio malato nell’embrione. Le istituzioni non ci sono, fatevene una ragione! È l’ora di partire dal piccolo, di poggiare basi solide e comuni. È giunto il momento di non far parte di questo sistema sociale e sportivo. Lo stadio non è un tempio dello sport? È giusto non riempire gli spalti. Gli interessi padroneggiano sull’etica? Fa d'uopo dimezzare gli abbonamenti alle televisioni private e della carta spampata. Lo stato non c’è? Il cittadino stanco e leale lo diventi dal piccolo, dal basso. La morte di un ragazzo dovrebbe scuotere più di un bersaglio mediatico appeso ad una curva.
Oggi non vi è una carogna da punire. Lo stupore scemerà a breve. I giornali da dopodomani scriveranno d’altro. Io scriverò d’altro. L’unico ricordo indelebile sarà la cicatrice che due persone oneste porteranno sul cuore. Che sia allora una cicatrice diversa da quella dei dimenticati Raciti e Spagnolo. Che sia questa cicatrice l’ultima, un simbolo concreto di concordia: il rancore seminato da anni è fiorito già da un po’ e chi aveva il sacrosanto compito di estirpare le radici marce è ora ad asciugarsi la coscienza in qualche spiaggia del Sud America. 
In assenza degli ingiustificati, siano gli individui retti e gentili, sportivi o non, romani, romanisti o napoletani, un valido sostegno agli orfani, ai trascurati e ai ripudiati. Diventino essi Stato riprendendosi lo sport più bello del mondo. Dal piccolo, dal basso. Presenti. Affinché lo sport sia, per la prima volta, una metafora di bene comune.


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