Premessa. In Italia questo film
ha qualcosa di eccezionale: il titolo! Mai scelta fu più arguta. Si sa, Marilyn
Monroe sta al cinema come Andy Warhol sta all’arte. Intitolare una pellicola
alla diva holywoodiana è pertanto un richiamo assicurato della platea all’accensione
del proiettore. Un po’ come dedicare in qualsiasi museo una mostra al
sopracitato pop-artista americano.
Fatto sta che i progetti
ambiziosi sono pur sempre un’arma a doppio taglio. Lo spettatore, infatti,
entra nella sala come se stesse partecipando ad una sfida, tirato in causa da
titoli imponenti e/o pubblicità spietate ed ammalianti. È il caso di Marilyn,
pubblicizzato come il primo film dedicato alla bionda più famosa degli States (solo
nel 1965 Saul J. Turell l’aveva citata nel documentario dal titolo Le dee
dell’amore). Nessuno fino al 2011 aveva osato così tanto: vi era la palpabile
paura di imbattersi in un confronto perso in partenza. Ma gli inglesi ci hanno
provato. Produzione e regia, firmata Simon Curtis, si sono messi d’impegno. Il
risultato, però, parla chiaro: se produttivamente l’incasso risulta
soddisfacente, artisticamente il film stecca di parecchio.
Tre sono i motivi, a mio avviso,
di tale disfatta.
Uno. In Italia il titolo è a dir
poco fuorviante. Marilyn sarebbe
stato un titolo adatto per una biografia mirata. My week with Marylin (il titolo originale), invece, narra appunto
della settimana di passione tra l’attrice e Colin Clarke, giovane assistente
nel set The Prince and the Showgirl.
Quel “my week”, quella “mia settimana”, rende bene l’idea su chi sia il vero
protagonista del film: un ragazzo invaghito di una diva troppo debole per
reggere un determinato amore. Stesso discorso per la locandina Marilyncentrica.
Mi ricollego all’esempio
precedente: se in una mostra dedicata ad Andy Warhol ci fossero in esposizione
solo due stampe su trenta create dall’artista di Pittsburgh, come la
prenderebbe un ipotetico pubblico?
Due. Un film di tale portata commerciale
(e culturale) necessita di una regia di elevata caratura. Chiaramente, non vi
sono errori o sbavature da parte del regista più che televisivo Simon Curtis, ma io credo che senza azzardi non
vi sia alcuna prova di maestria. Una regia di
controllo non è quello che i cinofili si aspettano da un progetto come
questo.
Tre. La storia fila liscia come
l’olio fin quando l’autore pone una lente di ingrandimento sulla psicologia
della diva, sui suoi sbalzi di umore e sulle sue paure da star addolorata. Chiaramente,
due ore non basterebbero per tale analisi: l’esaminata in questione è pur
sempre Marilyn Monroe, l’icona delle icone. Penso che sarebbe stato giusto
concentrare la maggior parte delle forze su Colin, sull’ultima ruota del carro
che insegue (e raggiunge) il sogno di una vita piuttosto che provare a portare
con superficialità sul grande schermo
la sex symbol per antonomasia.
Piccolo plauso all’attrice Michelle
Williams ed al suo impegno/coraggio. Per qualsiasi ragazza sarebbe stato
impossibile emulare Marilyn, ovvio! Altre due note felici sono la fotografia di
Ben Smithard e la scenografia di Donal Woods.
Stefano Cominale

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