sabato 30 marzo 2013

Ops/20: Marilyn/Simon Curtis


Premessa. In Italia questo film ha qualcosa di eccezionale: il titolo! Mai scelta fu più arguta. Si sa, Marilyn Monroe sta al cinema come Andy Warhol sta all’arte. Intitolare una pellicola alla diva holywoodiana è pertanto un richiamo assicurato della platea all’accensione del proiettore. Un po’ come dedicare in qualsiasi museo una mostra al sopracitato pop-artista americano.
Fatto sta che i progetti ambiziosi sono pur sempre un’arma a doppio taglio. Lo spettatore, infatti, entra nella sala come se stesse partecipando ad una sfida, tirato in causa da titoli imponenti e/o pubblicità spietate ed ammalianti. È il caso di Marilyn, pubblicizzato come il primo film dedicato alla bionda più famosa degli States (solo nel 1965 Saul J. Turell l’aveva citata nel documentario dal titolo Le dee dell’amore). Nessuno fino al 2011 aveva osato così tanto: vi era la palpabile paura di imbattersi in un confronto perso in partenza. Ma gli inglesi ci hanno provato. Produzione e regia, firmata Simon Curtis, si sono messi d’impegno. Il risultato, però, parla chiaro: se produttivamente l’incasso risulta soddisfacente, artisticamente il film stecca di parecchio.
Tre sono i motivi, a mio avviso, di tale disfatta.
Uno. In Italia il titolo è a dir poco fuorviante. Marilyn sarebbe stato un titolo adatto per una biografia mirata. My week with Marylin (il titolo originale), invece, narra appunto della settimana di passione tra l’attrice e Colin Clarke, giovane assistente nel set The Prince and the Showgirl. Quel “my week”, quella “mia settimana”, rende bene l’idea su chi sia il vero protagonista del film: un ragazzo invaghito di una diva troppo debole per reggere un determinato amore. Stesso discorso per la locandina Marilyncentrica.
Mi ricollego all’esempio precedente: se in una mostra dedicata ad Andy Warhol ci fossero in esposizione solo due stampe su trenta create dall’artista di Pittsburgh, come la prenderebbe un ipotetico pubblico?
Due. Un film di tale portata commerciale (e culturale) necessita di una regia di elevata caratura. Chiaramente, non vi sono errori o sbavature da parte del regista più che televisivo Simon Curtis, ma io credo che senza azzardi non vi sia alcuna prova di maestria. Una regia di controllo non è quello che i cinofili si aspettano da un progetto come questo.
Tre. La storia fila liscia come l’olio fin quando l’autore pone una lente di ingrandimento sulla psicologia della diva, sui suoi sbalzi di umore e sulle sue paure da star addolorata. Chiaramente, due ore non basterebbero per tale analisi: l’esaminata in questione è pur sempre Marilyn Monroe, l’icona delle icone. Penso che sarebbe stato giusto concentrare la maggior parte delle forze su Colin, sull’ultima ruota del carro che insegue (e raggiunge) il sogno di una vita piuttosto che provare a portare con superficialità sul grande schermo la sex symbol per antonomasia.
Piccolo plauso all’attrice Michelle Williams ed al suo impegno/coraggio. Per qualsiasi ragazza sarebbe stato impossibile emulare Marilyn, ovvio! Altre due note felici sono la fotografia di Ben Smithard e la scenografia di Donal Woods.

Stefano Cominale


Nessun commento:

Posta un commento