mercoledì 27 marzo 2013

Ops/19: Cesare deve morire/Paolo e Vittorio Taviani


Cesare deve morire non è un documentario. E non è un lavoro di finzione.
Cesare deve morire è la combinazione di questi due generi: una docufiction firmata dai fratelli Taviani. Un mix più televisivo che cinematografico che piace al pubblico contemporaneo e che, girato con la padronanza della macchina da presa, possiede un suo fascino incondizionato.
Cesare deve morire è l’adattamento del “Giulio Cesare” di Williame Shakespeare in chiave galeotta. Interamente girato nel carcere di Rebibbia, questo film narra delle vicende dell’imperatore romano attraverso lo spettacolo teatrale del commediografo britannico. Il tutto interpretato da veri detenuti integrati in un reale percorso di reinserimento.
Dunque, oltre al missaggio ontologico dei generi audiovisivi, lo spettatore assiste anche ad una fusione palpabile all’interno della stessa storia: le battute degli attori/personaggi divengono battute di attori/carcerati e l’eco dei monologhi nella prigione si fonde con quello delle quinte del teatro shakespiriano. Ne risulta la progressiva immersione nei ruoli da parte dei partecipanti che, con il loro accento di appartenenza, riportano la sala al Camorrista del primo Tornatore. Partecipanti che, allo stesso tempo, utilizzano singolarmente la propria teatralità cinematografica per sfuggire dagli stereotipi classici.
Un progetto ambizioso in bianco e nero che vale due Nastri d’Argento, cinque David di Donatello e l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. Un film poco claustrofobico dei fratelli Taviani che merita, dunque, una visione profonda.

Stefano Cominale


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