Cesare deve morire non è un documentario. E non è un lavoro di
finzione.
Cesare deve morire è la combinazione di questi due generi: una
docufiction firmata dai fratelli Taviani. Un mix più televisivo che
cinematografico che piace al pubblico contemporaneo e che, girato con la
padronanza della macchina da presa, possiede un suo fascino incondizionato.
Cesare deve morire è l’adattamento del “Giulio Cesare” di Williame
Shakespeare in chiave galeotta. Interamente
girato nel carcere di Rebibbia, questo film narra delle vicende dell’imperatore
romano attraverso lo spettacolo teatrale del commediografo britannico. Il tutto
interpretato da veri detenuti
integrati in un reale percorso di reinserimento.
Dunque, oltre al missaggio
ontologico dei generi audiovisivi, lo spettatore assiste anche ad una fusione
palpabile all’interno della stessa storia: le battute degli attori/personaggi divengono
battute di attori/carcerati e l’eco dei monologhi nella prigione si fonde con quello
delle quinte del teatro shakespiriano. Ne risulta la progressiva immersione nei
ruoli da parte dei partecipanti che, con il loro accento di appartenenza,
riportano la sala al Camorrista del
primo Tornatore. Partecipanti che, allo stesso tempo, utilizzano singolarmente la
propria teatralità cinematografica per
sfuggire dagli stereotipi classici.
Un progetto ambizioso in bianco e
nero che vale due Nastri d’Argento, cinque David di Donatello e l’Orso d’Oro al
Festival di Berlino. Un film poco claustrofobico
dei fratelli Taviani che merita, dunque, una visione profonda.
Stefano Cominale

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