André che vuò fa’? È cosa ‘e niente”.
“Pure cheste è cosa ‘e niente, è ve’? Eh, è
sempe cosa ‘e niente. Tutte le situazioni così l’abbiamo risolte: è cosa ‘e
niente, è cosa ‘e niente.
Non abbiamo che mangiare? È cosa ‘e niente.
Ci manca il necessario: è cosa ‘e niente. ‘O padrone more e je perdo il posto:
vabbuò André, è cosa ‘e niente, cosa ‘e niente. Ci negano il diritto della
vita: è cosa ‘e niente. Ci tolgono l’aria: vabbuò, e che vuò fa? È cosa ‘e
niente. Sempe cosa ‘e niente. Quanto si’ bella. Quanto eri bella. E guarda a
me, ‘o vi’, guarda che so’ addiventato: a furia ‘e dicere è cosa ‘e niente, simme addeventati doje cose ‘e niente, io
e te.
Chi ruba lavoro è come se rubasse danaro, ma
se onestamente non si può vivere…? Jamme, di’: è cosa ‘e niente. Je sto
aspettanno, di’: vabbuò André è cosa ‘e niente, di’”.
“André, André lasciame sta. Ma che vulite a
me? Che vulite a me?”.
“E non piangere. E mo’ piangi? È cosa ‘e
niente! E se io esco e accido a qualcheduno è cosa ‘e niente. E se io
impazzisco, me portano ‘o manicomio e la gente ti domanda: neh, ma scusate, ma
vostro marito perché è impazzito, gli devi rispondere: così, pe’ niente! È cosa
‘e niente, è niente.
“Addo vaje?”
“Faccio quattro passi, piglio nu’ poco
d’aria. E poi di che ti preoccupi? Qualunque cosa succede: è cosa ‘e niente!”.
È
inutile girarci intorno: la differenza sostanziale tra un autore ed un Maestro
è una, semplice, coincisa! Le parole dell’autore muoiono nell’istante stesso
che l’inchiostro si asciughi sulla pagina bianca. Quelle del Maestro, del
genio, della maschera, sono parole che scappano dai taccuini perché impossibili
da collocare in uno determinato spazio. E, indubbiamente, in un determinato
tempo.
Ed è
altrettanto inutile spendere ore di riflessione su ciò che rappresenta il
genio, la maschera di Eduardo De Filippo. Tutti hanno scritto tutto su di lui ed egli appartiene, di conseguenza, ad ogni spettatore che lo ha ammirato,
come un amico che lo si chiama per nome, come Totò, come Peppino. Dunque, io
sarei solo un altro modestissimo autore pronto ad allargare la folta schiera di
documenti dedicata al Maestro del teatro del novecento.
Ciò
che mi preme omaggiare per il trentennale della morte di Eduardo non è, quindi,
la simbologia o l’estetica connessa alle sue infinite opere, ma è un tassello,
un piccolissimo tassello di uno dei suoi grandi mosaici: ‘e cose ‘e niente, le cose da niente, senza valore. Nulla di
originale tra l’altro: già qualche tempo fa, nel programma televisivo “Vieni
via con me”, Roberto Saviano ne aveva esplicato l’essenza.
Estratto
dallo spettacolo “Peppino Girella” del 1963, questi tre minuti e mezzo
sintetizzano la secolare diatriba sociale su come un individuo (o un popolo, in
senso largo) riesca ad affossarsi con la sola leggerezza di vivere. La leggerezza dell’ignavia, dell’incessante
bisogno di non sporgersi dal davanzale. Un tracollo paradossale figlio al tempo
stesso della commedia e della tragedia umana.
Ed
allora è cosa ‘e niente se non
abbiamo da mangiare, se non abbiamo un lavoro, se finiamo come matti in gabbia
repentinamente, inesorabilmente. Eduardo ridicolizza, scuote lo spettatore.
Punge chi appaga la sua sete di giustizia con un lieve balbettio, con
un’affermazione apparentemente innocua. Eppure, come asseriva lo stesso Eduardo
in “Ditegli sempre di sì” del 1927, le
parole sono importanti. Come lo è il
diritto alla salute, alla dignità, alla vita. La cosa da niente diviene una singolare condanna: il napoletano (e campano) è
chiamato in causa. È chiamato in causa il meridionale. Ergo l’italiano in genere.
Quanto
è tattile lo sguardo del sommo attore perso nel vuoto nel pronunciare “ci negano il diritto della vita: è cosa ‘e
niente. Ci tolgono l’aria: vabbuò, e che vuò fa? È cosa ‘e niente. Sempe cosa
‘e niente”. Quanto pesano queste parole sulle spalle di chi vive ogni
giorno in una regione sventrata da uomini lerci e governi assassini. E 51 anni fa
Eduardo non avrebbe mai immaginato la sua terra in preda ai roghi e alla
tossicità mortale che ne consegue. Non avrebbe mai pensato all’Ilva, a Gela, a
Metaponto.
Come
non avrebbe immaginato che nel 21° secolo, nel Meridione d’Italia, manca ancora
il necessario. In una nazione
civilizzata, apparentemente democratica, mancano binari, mancano scuole,
mancano poli commerciali. E “chi ruba
lavoro è come se rubasse danaro, ma se onestamente non si può vivere…? Jamme,
di’: è cosa ‘e niente. Je sto aspettanno, di’: vabbuò André è cosa ‘e niente,
di’”. La domanda di Eduardo a Jolanda, Luisa Conte, è una domanda
trasversale per elettori (ammesso che esistano in una nazione in cui il
diritto al voto è morto da anni) ed eletti, per chi distrugge l’articolo 18 e per chi non ne ha
mai goduto i benefici. In fondo ‘o
padrene more o no, il posto lo si perde comunque. E anche questa è cosa ‘e niente, no?
Dopodiché Eduardo gira il coltello nella piaga. Come un bullo incazzato, come un dio
adirato. All’udire del che vulite a me? della consorte in lacrime, l’uomo si alza e
la invita a non lagnarsi. Con beffa, con sarcasmo. Quel pianto che scopre gli
altarini, quel pianto che non può celarsi dietro le sibilline paroline magiche. Ma rammaricarsi serve a poco. O probabilmente non
serve a niente.
Alla fine Eduardo accarezza il figlio, Peppino. E ancora: è cosa ‘e niente gli dice. Un figlio che rappresenta contemporaneamente
l’educazione al futuro ed il futuro stesso. Peppino dovrà sacrificarsi,
trainare il carro e scrollarsi il titanico peso dell’inerzia, delle cose ‘e niente. Eduardo lo sa e questa
volta inizia a tacere. Preferisce andare via senza meta, scappare, varcare i confini di
quella che una volta era stata la sua casa: accogliente, sicura, sacra. Come un
emigrante di ieri, un emigrante di oggi, senza aver quasi nulla da perdere. Si lascia tutto alle spalle: il
sangue, il passato e le conseguenze dei giorni vissuti con inerzia. Lascia una donna, una
madre che un tempo era bella, bellissima, e che ora, a furia ‘e dicere è cosa ‘e niente, è diventata ciò che è. Ma la
madre è terra. Ed una terra in
lacrime, una terra schernita e dolente, cosa potrà mai partorire?
Eduardo,
il Maestro, conosce la risposta già da un bel po'.
Il merito di Eduardo sta nell'aver colto il senso vero del dolore dell'esistenza, quel miscuglio di cose che si chiamano "anima", universali e trasversali, e averne fatto teatro puro. Ecco perchè questo teatro popolare non potrà mai essere eguagliato da nessuna drammaturgia al di fuori di questa.
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