giovedì 8 maggio 2014

L'importanza di chiamarsi Carogna.

Camminare col fango fino alle ginocchia è impresa ardua. Scansionare gli eventi di sabato scorso è impresa impossibile. Io, però, con la grazia del dilettante ci proverò.

Capitolo 1. Intro. Due città. Due squadre. Due tifoserie. Due segmenti-ultrà di codeste tifoserie. Fiorentini e napoletani in trepidante attesa di un match avvincente: emozione alle stelle. I bambini sorridono, le famiglie stanno per accomodarsi in salotto.

Capitolo 2. Scontri. Il segmento-ultrà napoletano si scontra poco prima della gara con un terzo segmento-ultrà, romanista, che con la finale di coppa non ha nulla a che vedere.

Capitolo 3. Il fatto. Gastone De Santis, un elemento del segmento-ultrà romanista, a quanto pare estremista di destra e di natura violenta e incontenibile, estrae un’arma da fuoco e spara ad un elemento del segmento-ultrà napoletano a Tor di Quinto, lontano dagli occhi della polizia concentrata nei pressi dell’Olimpico. Oltre al De Santis, vi sono altri nove elementi del segmento-ultrà romanista muniti di pistola alla mano. Ciro Esposito si ritrova in fin di vita dopo l’agguato. Con lui altri feriti. Il primo soccorritore del ragazzo è un altro elemento del segmento-ultrà napoletano: Genny ‘a Carogna. Uno che indossa una maglietta becera, uno che ha fatto parlare di sé in sedi giudiziarie, uno che farà parlare di sé al mondo intero.

Capitolo 4. Lo stato allo stadio. Nello stadio l’atmosfera inizia a farsi bollente. Notizie più o meno chiare si rincorrono da una parte e dall’altra. L’emittente Fox Sport, ad esempio, da’ per morto il ragazzo ferito alla schiena. Gli animi iniziano a riscaldarsi. Petardi, grida. Il segmento-ultrà napoletano è col fiato sospeso e l’aria inizia davvero a farsi pesante. Tanto pesante che il capitano del Napoli, Marek Hamšik, è costretto a spiegare al suddetto segmento che Ciro ce la farà e che la partita si giocherà regolarmente. Il calciatore si rivolge al summenzionato Genny, portavoce guappo del segmento-ultrà napoletano.

Capitolo 5. La partita. Il Napoli vince. Onore alla Fiorentina. Ma lo sport non conta. Tristezza infinita.

Capitolo 6. Apriti cielo. Da questo momento in poi iniziano i dibattiti, i giornali vendono, le tv pure, la gente s’indigna, le istituzioni… le istituzioni… le istituzioni rimangono sul vago. Restare sul vago fa comodo, la storia ce lo insegna. Alle istituzioni non conviene puntare il dito su altre istituzioni, alle istituzioni serve un cuscino per cascare a terra senza danni al culo. Il cuscino è il falso stupore, la falsa meraviglia. Un cuscino imbastito con l’ipocrisia made in Italy.
Ed allora il Presidente Tizio scopre che i segmenti-ultrà calcistici hanno legami con la malavita. Scopre che lo stadio funge da ampio target criminale. Scopre che gli aizzatori delle curve hanno in genere la fedina penale sporca. Lo scopre, sabato. Ciro è all’ospedale.
Il Segretario Caio si costerna per la nuova maglietta “Speziale libero”. Si costerna per la nuova collezione primavera-estate (e basta digitare su google "magliette ultras" per accorgersi dell'ampia scelta). Come se gli ultrà mai avessero indossato capi volgari. Si costerna, sabato. Ciro è grave.
Il Direttore Sempronio si stupisce per la trattativa tra segmento-ultrà e forze dell’ordine. Come se le vicende di Genova o del derby capitolino di qualche anno fa non fossero mai avvenute. Come se mai fosse stato ucciso nessuno in un evento calcistico. Il Direttore Sempronio si stupisce, sabato. Ciro è operato d’urgenza.

Capitolo 7. Sedici noni e carta stampata. Ovvio, i media sono la fodera candida del cuscino a cui facevo riferimento. Lo sono per due ragioni. La prima è perché sono tentacoli della stessa piovra. La seconda è perché, si sa, i media vivono di stupore, si nutrono di meraviglia, vera o falsa che sia. Qualora si uscisse dal vago, qualora si determinerebbe un fatto, il prezioso sbalordimento andrebbe a scomparire.
Pertanto, benzina sul fuoco. Fango alle ginocchia. I vertici politici strizzano l’occhio a quelli sportivi nell’attimo esatto in cui lo scivolone è in atto. Occorre un cuscino: presto un cuscino! Occorre un uomo coi precedenti e zeppo di tatuaggi. Uno col nome feroce. Uno che ricordi amare vicende passate, uno fotogenico ed accattivante come Ivan Bogdanov, uno che non doveva star lì a prescindere: uno su cui poter scaricare il peso del fallimento!

Capitolo 8. La matassa. È da qui che nasce la matassa, la strumentalizzazione, il vago che serve. Condannare una carogna è giusto, sacrosanto! Va condannata per la sua t-shirt, va condannata per la sua stazza politica all’interno del segmento, per il suo atteggiamento impavido, per tutti gli scontri passati, presenti e futuri. Ma ogni carogna va condannata prima di un eventuale stupore, va considerata in quanto potenziale capo carogna e non come valido cuscino post-disastro.
Il 29 gennaio 1995 ed il 2 febbraio 2007 non sono tanto lontani! Tuttavia, gli organi (in)competenti hanno avuto tutto il tempo per sanare il sistema calcio: sradicare segmenti impuri, trasmettere messaggi nuovi, debellare il razzismo, ritornare alla quintessenza dello sport. Ma cosa in realtà è stato fatto in questi anni oltre a sorridere alle telecamere dei talk show? Dopo la morte di Spagnolo, dopo quella di Raciti, chi si è preso la responsabilità di usare il pugno duro contro i violenti? Chi si è rimboccato le maniche per ridare il calcio a quelli che lo amano davvero?

Capitolo 9. Carcasse. Le carogne stanno uccidendo uno sport straordinario. E con esso la felicità di chi, col calcio stesso, trova emozionante condividere una manifestazione sportiva. Le carogne, che siano esse sedute in curva o in tribuna, stanno uccidendo un linguaggio, una sana valvola di sfogo per chi, dopo una settimana di lavoro, vuole restare in casa con gli amici per godersi lo spettacolo o, meglio ancora, andare allo stadio con tutta la famiglia.


Capitolo 10. Chiosa. Chi non è in grado di gestire un circo al tempo stesso milionario ed appassionante dovrebbe sentire sulle spalle il fardello della responsabilità, dovrebbe sentire l’eco della pallottola che ha trafitto Ciro. Perché in tutta questa storia, tra i fischi all’inno di Mameli e le foto del  capobranco Genny su facebook, c’è di mezzo un gruppo folle che, in pieno clima anarchico, è sceso in strada con pistole e volontà di uccidere. In tutta questa storia, il populismo ed il vago che serve nascondono il sangue, quello vero. Nascondono le falle di un sistema a pezzi, un ingranaggio lubrificato solo da interessi privati, un organismo in putrefazione da decenni.
I cuscini non bastano più. Ciro si salverà e tornerá probabilmente allo stadio senza azzuffarsi col "nemico". Ma lo sport nazionale resta la più autentica metafora politica e sociale di un Paese ridotto in cenere.



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