Camminare col fango fino alle ginocchia è impresa ardua.
Scansionare gli eventi di sabato scorso è impresa impossibile. Io, però, con la
grazia del dilettante ci proverò.
Capitolo 1. Intro.
Due città. Due squadre. Due tifoserie. Due segmenti-ultrà di codeste tifoserie.
Fiorentini e napoletani in trepidante attesa di un match avvincente: emozione
alle stelle. I bambini sorridono, le famiglie stanno per accomodarsi in
salotto.
Capitolo 2. Scontri.
Il segmento-ultrà napoletano si scontra poco prima della gara con un terzo
segmento-ultrà, romanista, che con la finale di coppa non ha nulla a che
vedere.
Capitolo 3. Il fatto.
Gastone De Santis, un elemento del segmento-ultrà romanista, a quanto pare
estremista di destra e di natura violenta e incontenibile, estrae un’arma da fuoco e spara ad un elemento del
segmento-ultrà napoletano a Tor di Quinto, lontano dagli occhi della polizia
concentrata nei pressi dell’Olimpico. Oltre al De Santis, vi sono altri nove elementi del segmento-ultrà romanista muniti di pistola alla mano. Ciro
Esposito si ritrova in fin di vita dopo l’agguato. Con lui altri feriti. Il
primo soccorritore del ragazzo è un altro elemento del segmento-ultrà
napoletano: Genny ‘a Carogna. Uno che indossa una maglietta becera, uno che ha
fatto parlare di sé in sedi giudiziarie, uno che farà parlare di sé al mondo
intero.
Capitolo 4. Lo stato
allo stadio. Nello stadio l’atmosfera inizia a farsi bollente. Notizie più o
meno chiare si rincorrono da una parte e dall’altra. L’emittente Fox Sport, ad
esempio, da’ per morto il ragazzo ferito alla schiena. Gli animi iniziano a
riscaldarsi. Petardi, grida. Il segmento-ultrà napoletano è col fiato sospeso e
l’aria inizia davvero a farsi pesante. Tanto pesante che il capitano del Napoli,
Marek Hamšik, è costretto a spiegare
al suddetto segmento che Ciro ce la farà e che la partita si giocherà
regolarmente. Il calciatore si rivolge al summenzionato Genny, portavoce guappo
del segmento-ultrà napoletano.
Capitolo 5. La
partita. Il Napoli vince. Onore alla Fiorentina. Ma lo sport non conta. Tristezza
infinita.
Capitolo 6. Apriti
cielo. Da questo momento in poi iniziano i dibattiti, i giornali vendono,
le tv pure, la gente s’indigna, le istituzioni… le istituzioni… le istituzioni
rimangono sul vago. Restare sul vago fa comodo, la storia ce lo insegna. Alle
istituzioni non conviene puntare il dito su altre istituzioni, alle istituzioni
serve un cuscino per cascare a terra senza danni al culo. Il cuscino è il falso
stupore, la falsa meraviglia. Un cuscino imbastito con
l’ipocrisia made in Italy.
Ed allora il Presidente Tizio scopre che i segmenti-ultrà calcistici hanno legami con la
malavita. Scopre che lo stadio funge da ampio target criminale. Scopre che gli
aizzatori delle curve hanno in genere la fedina penale sporca. Lo scopre, sabato.
Ciro è all’ospedale.
Il Segretario Caio si costerna
per la nuova maglietta “Speziale libero”. Si costerna per la nuova collezione
primavera-estate (e basta digitare su google "magliette ultras" per accorgersi dell'ampia scelta). Come se gli ultrà mai avessero indossato capi volgari. Si
costerna, sabato. Ciro è grave.
Il Direttore Sempronio si stupisce per la trattativa tra segmento-ultrà e forze dell’ordine.
Come se le vicende di Genova o del derby capitolino di qualche anno fa non
fossero mai avvenute. Come se mai fosse stato ucciso nessuno in un evento
calcistico. Il Direttore Sempronio si stupisce, sabato. Ciro è operato
d’urgenza.
Capitolo 7. Sedici
noni e carta stampata. Ovvio, i media sono la fodera candida del cuscino a
cui facevo riferimento. Lo sono per due ragioni. La prima è perché sono
tentacoli della stessa piovra. La seconda è perché, si sa, i media vivono di
stupore, si nutrono di meraviglia, vera o falsa che sia. Qualora si uscisse dal
vago, qualora si determinerebbe un fatto, il prezioso sbalordimento andrebbe a
scomparire.
Pertanto, benzina sul fuoco. Fango alle ginocchia. I vertici
politici strizzano l’occhio a quelli sportivi nell’attimo esatto in cui lo
scivolone è in atto. Occorre un cuscino: presto un cuscino! Occorre un uomo coi
precedenti e zeppo di tatuaggi. Uno col nome feroce. Uno che ricordi amare vicende
passate, uno fotogenico ed accattivante come Ivan Bogdanov, uno che non doveva star lì a prescindere:
uno su cui poter scaricare il peso del fallimento!
Capitolo 8. La
matassa. È da qui che nasce la matassa, la strumentalizzazione, il vago che
serve. Condannare una carogna è giusto, sacrosanto! Va
condannata per la sua t-shirt, va condannata per la sua stazza politica all’interno del segmento, per
il suo atteggiamento impavido, per tutti gli scontri passati, presenti e
futuri. Ma ogni carogna va condannata
prima di un eventuale stupore, va
considerata in quanto potenziale capo
carogna e non come valido cuscino
post-disastro.
Il 29 gennaio 1995 ed il 2 febbraio 2007 non sono tanto
lontani! Tuttavia, gli organi (in)competenti hanno avuto tutto il tempo per
sanare il sistema calcio: sradicare segmenti impuri, trasmettere messaggi
nuovi, debellare il razzismo, ritornare alla quintessenza dello sport. Ma cosa
in realtà è stato fatto in questi anni oltre a sorridere alle telecamere dei
talk show? Dopo la morte di Spagnolo, dopo quella di Raciti, chi si è preso la
responsabilità di usare il pugno duro contro i violenti? Chi si è rimboccato le
maniche per ridare il calcio a quelli che lo amano davvero?
Capitolo 9. Carcasse.
Le carogne stanno uccidendo uno sport straordinario. E con esso la felicità di
chi, col calcio stesso, trova emozionante condividere una manifestazione
sportiva. Le carogne, che siano esse sedute in curva o in tribuna, stanno uccidendo
un linguaggio, una sana valvola di sfogo per chi, dopo una
settimana di lavoro, vuole restare in casa con gli amici per godersi lo
spettacolo o, meglio ancora, andare allo stadio con tutta la famiglia.
Capitolo 10. Chiosa.
Chi non è in grado di gestire un circo al tempo stesso milionario ed
appassionante dovrebbe sentire sulle spalle il fardello della responsabilità, dovrebbe
sentire l’eco della pallottola che ha trafitto Ciro. Perché in tutta questa
storia, tra i fischi all’inno di Mameli e le foto del capobranco Genny su facebook, c’è di mezzo un
gruppo folle che, in pieno clima anarchico, è sceso in strada con pistole e
volontà di uccidere. In tutta questa storia, il populismo ed il vago che serve nascondono il sangue, quello vero. Nascondono le falle di un
sistema a pezzi, un ingranaggio lubrificato solo da interessi privati, un
organismo in putrefazione da decenni.
I cuscini non bastano più. Ciro si salverà e tornerá probabilmente allo stadio senza azzuffarsi col "nemico". Ma lo sport nazionale resta la più autentica metafora politica e sociale di un Paese ridotto in cenere.
I cuscini non bastano più. Ciro si salverà e tornerá probabilmente allo stadio senza azzuffarsi col "nemico". Ma lo sport nazionale resta la più autentica metafora politica e sociale di un Paese ridotto in cenere.

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