lunedì 23 settembre 2013

La volontà come scudo, la cultura come spada

Daniela Paribuono è più di una psicologa. E' una di quelle persone, di quelle persone competenti, a cui sono state donate divinamente pazienza e volontà. E' una professionista che non se ne sta al caldo del proprio salottino - come il sottoscritto dilettante - a sbraitare di ciò che non trova giusto in questo mondo ed in quell'altro: è una professionista "da campo". 
Ho avuto il piacere di rivolgerle alcune domande. Ho avuto il piacere di riceverne risposta. 
Tutto semplice, leggero, chiaro, ciò che trascrivo fedelmente qui in basso. Perché cristallino è il discorso della Dottoressa Paribuono. Perché semplicità, chiarezza e leggerezza, unite con pazienza e volontà generano la linfa della rinascita.

1 – Qual è il contesto che tanto si cita nei dibattiti sulla criminalità e quanto incide su un adolescente?  
Il loro contesto si plasma sulla loro mentalità. Una mentalità basata sulla legge del più forte, sulla prepotenza e sulla falsa convinzione che “i buoni” sono i cattivi. Una mentalità radicata da anni che ha fatto dell’ignoranza e dell’indifferenza delle istituzioni,  le sue più abili e fidate compagne. Sono nati così i miti del “guappo” o del “boss”, figure ideali a cui tendere, ispirarsi , figure  da emulare, che rappresentano la consacrazione  di quei valori che hanno preso sempre più piede nella nostra società perversa e malata: potere, denaro e rispetto. Gli stessi che troppo spesso prestano i loro nomi alle fiction, in cui camorristi e mafiosi sono interpretati da attori bellissimi, rendendo più attraente l’immagine di tali terrificanti personaggi e incentivando la loro emulazione da parte dei più giovani, che, molto spesso, alle spalle non hanno modelli e esempi diversi e che, dunque, con il tempo arrivano a credere “giusta e normale” l’illegalità e la violenza. Questo accade quando le istituzioni della famiglia e della scuola non si impongono come macchine distruttive di tali convinzioni.     

2 – Detto ciò, il contesto fa l’uomo o l’uomo fa il contesto?
Il contesto è contemporaneamente padre e figlio dell’uomo. Esso  è il risultato di azioni e pensieri di uomini che ne hanno determinato le caratteristiche e le peculiarità, le cui ovviamente, a loro volta, influenzano  le nuove generazioni. Dal mio punto di vista si tratta di un rapporto che si basa su un processo del tutto circolare.

3 – Quanto incide la cultura, e quindi l’abbandono scolastico, nelle terre ad alto rischio criminale?
La cultura rappresenta la chiave di tutto questo processo, in quanto non bisogna partire ed agire sul contesto in sé per eliminare le problematiche vigenti in esso, ma dalla sua mentalità che deve essere sradicata totalmente. Finché esisteranno certe convinzioni, certi culti, l’illegalità e la violenza non moriranno mai. L’istruzione deve porsi come obiettivo primario lo smantellamento di questo sistema di falsi e illusori valori e offrire ai giovani una strada alternativa, che li convinca che le scorciatoie della vita sono ricche di insidie e di pericoli. Purtroppo non è un caso che nei territori dove vige la criminalità, si registri un numero altissimo di dispersione scolastica, ma è compito della scuola intervenire laddove fallisce la famiglia. I ragazzi non vanno abbandonati, ma recuperati: sono il nostro futuro e non possiamo lavarcene le mani.

4 – Se ti dico le parole speranza, lotta, futuro…
Beh, la speranza di vivere un giorno in un territorio libero da ogni forma di criminalità, per quanto a molti possa apparire un’utopia, è sempre viva e raggiungibile solo attraverso una lotta ardua che coinvolga principalmente i giovani:  attraverso la parola, il dialogo e la cultura bisogna offrire loro una visione alternativa della vita. E questo non deve avvenire  in centri o strutture apposite, ma dietro i banchi di scuola, l’unico luogo dove può avvenire la vera rivoluzione. Ed è solo in questo modo che si può tornare ad avere fiducia nel futuro. Anche quando ti piove addosso la morte di uno di questi ragazzi, che si avviava alla sua rivoluzione... E., ragazzino di quattordici anni, era uno di quelli buoni come il pane, uno di quelli che non avrebbe fatto male neppure ad una mosca, un ragazzino che nutriva un amore infinito verso gli animali. E’ stato accoltellato una domenica di aprile per mano di un suo coetaneo. E lo hanno accoltellato dieci, cento, mille volte. Ogni volta che il suo nome è stato accostato alla camorra, ogni volta che lo hanno definito un baby-boss, lui che era un ragazzino come tanti che frequentava il liceo, spensierato, solare, che amava stare con i suoi amici e che trascorreva il pomeriggio sui libri di scuola, con un unico obiettivo: la promozione. Il suo “ unico difetto” : essere il nipote di un affiliato alla camorra. La deduzione poi è banale e scontata. Basta poco per fare di tutta un’erba un fascio. E al dolore per la perdita si aggiunge anche quella per l’infamia.

5 – Il ruolo delle associazioni nei suddetti territori: quando un gruppo di persone riesce ad essere davvero propositivo e funzionale alla causa?
Le associazioni presenti sul nostro territorio sono fondamentali, perché si impegnano attivamente e concretamente nel sollecitare la società civile alla lotta contro le mafie, promuovendo la legalità e la giustizia. Tra di esse, va menzionato Il Ristorante Pizzeria Sociale NCO che nasce nel 2007, grazie a Peppe Pagano e ai soci della Cooperativa Agropoli Onlus, a San Cipriano d'Aversa (provincia di Caserta), nel cuore di Gomorra, per promuovere un'alternativa alle logiche e al potere della camorra e per proseguire l'azione di Don Peppe Diana. Il cambiamento parte dal nome della pizzeria "Nuova Cucina Organizzata", che riutilizza e fa il verso all'acronimo dell'organizzazione camorristica di Cutolo (nuova camorra organizzata). Tale associazione si pone come obiettivo la lotta alle mafie, mettendo in tavola prodotti del territorio, legalità, allegria, convivialità e dignità. Ma ancor di più si impegna a ridare ossigeno a un tessuto sociale soffocato dalla camorra, rivitalizzando il territorio partendo proprio dai frutti della terra e dalle persone, nella legalità e nella solidarietà. Nel ristorante lavorano anche alcuni ragazzi diversamente abili per un'integrazione vera attraverso un percorso umano e professionale. Solo tale filosofia può essere davvero propositiva e funzionale alla causa.

6 – Se potessi lanciare un tuo appello, quali mezzi utilizzeresti? E a chi ti rivolgeresti?
Se potessi lanciare un appello, mi rivolgerei agli insegnanti, perché credo nell’importanza del loro ruolo. Solo la cultura può distruggere le mafie e il loro compito non deve limitarsi a spiegazioni concettuali asettiche, ma scendere fra i banchi  e  formare i ragazzi in toto, anche e soprattutto dal punto di vista civile. 


Fotogramma tratto dal film "Certi bambini" di Andrea e Antonio Frazzi

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