sabato 11 maggio 2013

Ops/27: No - I giorni dell'arcobaleno/Pablo Larraín


No – I giorni dell’arcobaleno non è affatto un documentario sul referendum che mise fine alla dittatura di Pinochet in Cile. E non è affatto una docufiction sull’uomo che inventò dal nulla la campagna elettorale pro-no.
No è un film che narra le vicende di René Saavedra, un pubblicitario in carriera, le cui idee spaziarono dal rilancio globale e commerciale a quello sociale e politico. Questo è tutto ciò che vuole raccontare la pellicola di Pablo Larraín (Tony Manero, Post Mortem): non la mera analisi di un evento storico, ma l’evoluzione di un personaggio al centro di un popolo diviso da un referendum progressista, un uomo mai fragile (se non nella sua intimità familiare) in mezzo a questioni contemporaneamente diplomatiche e lavorative. Questioni che lo spingeranno, con coraggio e tenacia, a solcare il limite di una rivoluzione civile. Un mutamento  che, come sempre accade, si avvale di una natura epidermica, una sovversione che attraversa le ferite vive per raggiungere un’introspezione pura.
No è un film da non perdere. Solo il messicano Gael García Barnal, piccolo Che Guevara ne I diari della motocicletta e protagonista de La Mala Educación di Pedro Almodovar, vale assolutamente il prezzo del biglietto.
Ma c’è altro. C’è da gustare una storia mai banale, una storia che trionfa. E poi c’è il linguaggio di Larraín: il regista preferisce adoperare una macchina a mano che sembra avvertire la tensione delle scene, una camera (mai ancorata al cavalletto) che non svolge il compito infimo di documentare. Inoltre, la scelta di girare in bassa qualità è quanto mai azzeccata. Le immagini di repertorio si fondono con quelle attuali e gli occhi degli spettatori si spalancano con semplicità su un orizzonte lontano venticinque anni.
No – I giorni dell’arcobaleno è un film da vedere con calma e senza timore, a prescindere dal premio a Cannes e dalla nomination all’Oscar. È una pellicola solare, piacevole. Sarebbe bastata solo un po’ più di azione, un po’ più di adrenalina, per rendere questo lavoro un grandissimo lungometraggio.


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