“Si.”
“Cosa ti va di vedere?”
“Qualsiasi cosa.”
“Vediamo questo.”
“Quanto dura?”
“160 minuti.”
“Cosa?”
“Si, quasi tre ore.”
“No, allora vediamone un altro.”
Spesso inizia così una serata tra amici. C’è qualcuno che propone e qualcun altro che accetta. E sempre più spesso si pone l’accento sulla durata di un lungometraggio. Ma le lancette sono nemiche soltanto dei film soporiferi, di quelli sostanzialmente monchi d’emozione.
Magnolia di Paul Thomas Anderson (The Master, Il Petroliere) dura quasi 3 ore. Ma mai permette al pubblico di perdere la concentrazione tra una scena e l’altra, mai lo lascia assopito in quelle che Deleuze chiama pieghe.
Più che una citazione a Robert Altman, questo film porta dentro l’anima del maestro americano.
Basti pensare al pianosequenza “dello studio televisivo” in cui la macchina da presa si aggrappa da un personaggio all’altro senza interruzioni di montaggio. Un vero e proprio richiamo a I Protagonisti.
Ed ancora Altman ed il suo America oggi. Ma da un punto di vista di screenplay.
In Magnolia si incrociano (e mai verbo fu più corretto) quadri di un’America, o meglio, di una California viziata, plastificata, una terra che è uno show costante, uno Stato in cui lo spettacolo partorisce solitudine ed abbandono. Bambini-stelle di ieri e di oggi, uomini in calore, poliziotti-orsi, donne in preda alla coca: tutti vittime delle numerose inquadrature che si restringono man mano che i discorsi si accendono nel profilmico, tutti lentamente denudati.
Lo spettacolo della vita, come d’altronde si evince dall’incipit del film, è perpetuamente on air: si piange davanti alle risate della tv e si ride sulle tragedie dello stesso tubo catodico, senza oggettività.
Solo la morte, presente in due sfere della pellicola, diviene solenne e tangibile. Una morte che rincorre la verità, quella vera. Ed entrambe, unite dalle circostanze, rincorrono il rimpianto di chi lo tiene così forte al petto da squarciarsi il cuore.
Il passato, in fondo, ritorna sempre. Recita così una voce fuori campo all’inizio e alla fine del film.
L’unico appunto da fare, a mio modesto parere, è il venir meno di un finale degno della tensione totale dell’opera. Chiaro, la chiusura di Magnolia non ha niente di obbrobrioso, ma da quello che si vede in precedenza ci si aspettava da Paul Thomas Anderson qualcosa in più.

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