sabato 20 aprile 2013

Ops/23: Il Vinile


Il 20 aprile si celebra il “Record Store Day”, la giornata dedicata ai negozi di vinili. Migliaia di siti atti alla sola vendita di 33 e 45 giri insieme alle più disparate case discografiche festeggeranno gli album di una volta con scoppiettanti presentazioni di ogni genere musicale. Già qualche anno fa, anche dal punto di vista artistico, il microsolco era stato consacrato dal libro Altà fedeltà di Nick Hornby divenuto, in seguito, film di successo diretto da Stephen Frears ed interpretato da John Cusack.
Scritto ciò, sarò sincero: cercavo un pretesto per parlare della mia folle passione per i dischi in vinile. Una passione a cui furbi esercenti hanno appiccicato l’etichetta “vintage” il cui tremendo scopo è quello di far lievitare i prezzi nelle fiere e negli store. Ma tra il gusto di collezionare pezzi di antiquariato ed il piacere di ascoltare un’opera musicale vi è un considerevole divario: chi adora i lati A e B non corre appresso alle rarità. In ogni caso, non manca a nessun appassionato qualche pezzo di nicchia nella propria e personalissima audioteca. È doveroso più che giusto possedere almeno una raccolta di cui vantarsi con gli amici.
Nascere a metà degli anni ’80 rende ancor più sbiadito il ricordo dell’ascolto dei 33 giri, questo è indiscutibile. Il compact disc (più comunemente chiamato cd), nato ufficialmente nel ‘79 da un progetto comune di Philips e Sony, entrò in maniera diretta ed inarrestabile nella cultura e nella quotidianità delle generazioni post Led Zeppelin. Fatto sta che un po’ per curiosità, un po’ per caso, in tanti si ritrovano oggigiorno, come il sottoscritto, a smanettare sui giradischi di ogni marca e design. Chiaramente, ognuno segue il proprio partito d’ascolto: c’è chi opta per il Technics, chi per il Thorens, chi per il giradischi che si ritrova semplicemente in casa da decenni. Io, ad esempio, non baratterei per nulla al mondo il mio Lenco B-55: uno svizzero in ghisa che non perde un colpo nemmeno per i semisconosciuti 16 e 78 giri.
Premesso questo, i long playing, a prescindere dall’incisione o dall’impianto acustico, hanno tutti, a mio avviso, un elemento in comune: il calore. È ovvio che per calore non intendo quello fisico, ma emotivo. Quello che fondamentalmente si addentra in ogni passione verso qualcuno o verso qualcosa. È una questione di sensi, di percezione pura. Niente di tecnico. E non vi è necessità, dunque, di andare a ricercare alcuna teoria rivolta al suono: rispetto al cd o alla musicassetta, ad esempio, vi sono delle variazioni sensitive che rendono uno stesso album differente a seconda della sua modalità di riproduzione. 
Partendo dal disco vinilico in quanto tale, al tatto esso possiede una patina dolce, una superficie nera dettata dai solchi delle tracce che un file mp3 del computer o un disco plastico levigato non possono oggettivamente fruire. Stesso discorso per quanto riguarda il lato olfattivo. In questo caso, però, è indispensabile chiamare in causa la custodia degli lp. L’odore della carta invecchiata rende l’apertura della copertina molto più affascinante dello schiudersi dei rigidi involucri dei supporti digitali o delle cassette. L’aroma è caloroso come quello dei vecchi libri dei mercatini. È la fragranza di una storia decennale, come quella che ti accoglie nelle auto d’epoca con i sedili in pelle sottilissima. 
Restando sulla copertina il tema si fa ancor più seducente. Esse sono ontologicamente l’icona di ciò che si ascolta. È quindi logico che tutti i mezzi atti alla riproduzione musicale ne adoperino una. Tuttavia, l’album analogico ha un impatto visivo sicuramente più imponente date la dimensione della sua cover. Inoltre, le storiche ammucchiate di personaggi e disegni di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band. dei Beatles (1969) o di Bitches Brew di Miles Davis (1970) non possono che essere state immortalate per 120 centimetri di perimetro (240 se si conta anche il retro). Senza contare tutte quelle che storicamente hanno un peso micidiale, devastante. Basti pensare alla banana stick (1967) dei primi Velvet Underground (& Nico) creata dal produttore Andy Warhol, al prisma di The Dark Side of the Moon dei Pink floyd (1973) disegnato da Storm Thorgerson, morto pochi giorni or sono, o alle copertine censurate dai governi: è il caso di Electric Ladyland di Jimi Hendrix (1968) e di Unfinished Music No.1 - Two Virgins di John Lennon (1968), entrambe ritirate per i nudi raffigurati. Altro dettaglio da non tralasciare è quello degli insert di tali cartoncini plastificati. In essi, infatti, molto spesso le band inserivano gadget e poster che i fan potevano conservare o appendere sulle pareti delle camere da letto. La storia delle copertine è così intensa che anche il critico musicale più riguardevole ne sentirebbe il memorabile peso e non è affatto un caso che a tale argomento siano stati editi numerosi libri ed illustrazioni.


 


Ma il disco in vinile, nella sua essenza, va al di là dell’immagine che lascia al suo pubblico. Va al di là anche delle vicende degli autori. Quello che davvero lo rende magico è il suono che emana in maniera morbida ed avvolgente, un’incantevole e sottile tango di solchi e puntine che riconsegnano volta per volta un pezzo di ‘900 all’ascoltatore. Perché di storia si tratta. E più degli eventi collegati agli artisti e alla loro creatività, si evince una storia singolare, soggettiva, quella di chi sente album per anni e poi se ne dimentica, la storia di chi li custodisce come dei figli o di chi li lancia sui vecchi divani senza cura. Note più o meno pulite, leggeri fruscii e graffi consistenti raccontano non solo l’esperienza professionale di un musicista, ma anche di chi lo ascolta. Soprattutto di chi lo ascolta e pone l’orecchio alle casse. Come un paio di jeans consumati dai mezzi pubblici, come gli zaini che si rompono ai concerti e i documenti ingialliti dagli anni. Il suono del vinile dall’animo analogico conserva quel calore tanto citato che un compact disk o un personal computer non possono vantare. Ed è così che la tromba di Chet Baker in New York (1958) diviene più malinconica. È così che Swordfishtrombones (1983) di Tom Waits diventa più rauco e cattivo del suo stesso Closing Time (1973), tenero e solitario. Ed è così che la voce di Janis Joplin in Pearl (1971) si veste di erotismo traccia su traccia, lato su lato. Con uno scricchiolio iniziale ed un sottofondo finale, sempre legittimi e mai invasivi. Con un vinile mezzo impolverato tirato fuori dal suo involucro sgualcito. Uno di quei vinili che ti ricorda una serata in un pub o un giro nel mercatino del centro. 
È questione di fascino, di tempo. Questione di calore.

Stefano Cominale

3 commenti:

  1. O' professò, condivido in pieno!
    Anche se un aspetto positivo del digitale è la sua portabilità, il che apre nuove strade alla percezione della musica, nonostante la sua inevitabile freddezza. Ma per fortuna, in questo caso, il calore dell'ascoltatore è sempre presente.

    A presto

    Francesco

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  2. avrei bisogno di un consulto sul valore del disco The Beatles white album

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  3. Le valutazioni degli album sono un discorso alquanto ambiguo. Ogni appassionato dà la propria valutazione in base a numerosi fattori (anno/Paese di produzione e condizioni sono determinanti). Nonostante ciò, ti consiglio di farti un giro su internet: anche solo andare su ebay può esserti utile.
    Il White Album dei Beatles poi... ci sono numerose stampe e ristampe in diverse nazioni. Tu hai una prima stampa? Inglese?

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