Che Iñárritu sia oggi uno dei maestri
incontrastati della cinematografia mondiale non vi è alcun dubbio. Il regista
messicano, d’altronde, ha già dimostrato le sue doti da qualche anno, da quel Amores Perros del 2000 che emozionò gli
spettatori di tutto il mondo. Con Birdman
egli riesce perfino a destreggiarsi in un genere diverso dal solito: si
allontana dal dramma dell’ultimo Biutiful
e abbraccia, per la prima volta, la tanto decantata commedia. Commedia sì, ma dai
toni neri, fantastici, nervosi.
Il movie narra della vicenda di Riggan
Thompson (l’ex Batman Michael
Keaton!), una star del cinema hollywoodiano con un pesante passato da supereroe alato, “Birdman” per l’appunto. Per
scrollarsi da dosso la maschera del volatile, Riggan si cimenta in un’avventura
autorale nel cuore di Bradway portando in scena un testo di Raymond Carver. New
York, però, non è Los Angeles: le platee sono differenti e la critica teatrale
diviene aspra nei confronti dei divi
viziati che cercano gloria sull’altro lato della costa. Riggan, tuttavia,
non cede alle continue batoste newyorchesi. Si dimena tra una scia di problemi
personali e non. Azzarda. Spicca letteralmente il volo! Come tutto il film de
resto: un continuo aleggiare sulla vulnerabilità umana, dell’attore in
particola modo, in quanto essere sensibile, individuo altro per natura e, dunque, apparentemente senza fondamenta esistenziali.
Il
linguaggio della macchina da presa, poi, fa il resto. Iñárritu connette lo spettatore con i personaggi grazie ad un
(non)montaggio perfetto, pulito, magistrale.
Il piano
sequenza perpetuo, degno del miglior Altman – a cui il regista si lega anche
per ragioni di pre-produzione con la scelta del soggetto e del testo teatrale –
funge da calamita emozionale per tutta la durata della pellicola. Gli
spettatori sentono gli stessi odori degli attori, percepiscono gli stessi
sospiri e condividono le medesime sconfitte di un mondo finzionale, parallelo
e, perché no, magico.
Iñárritu gioca benissimo le sue carte, di nuovo: la realtà
e la fantasia anche questa volta, soprattutto questa volta, disegnano una trama
accesa, dinamica, ossessiva quanto l’occhio incessante della macchina da presa
sui suoi protagonisti.

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