Giovani a cui brucia il culo
TUTTO QUELLO CHE AVREI VOLUTO SAPERE SULLA VITA E NON HO MAI OSATO CHIEDERE
Sssshhhh. Brucia.
Ogni santa volta che chiudo gli occhi e penso a qualcosa...tac! Il mio pensiero stride contro quella schifosa roba che ho in testa. Fa male, eh! Mica niente...brucia! Eccome se brucia.
Io mi siedo, mi concentro e provo a non pensare ma subito mi viene in mente qualcosa e...fa malissimo. Sono anche andato dal medico per questo.
- Un'infezione! O un tumore! - ho detto al medico.
- Macchè! - mi ha risposto lui, beffardo, aggiungendo una sola altra domanda - Lei, dottor Mussari, in cosa si è laureato?.
- Cinema, perché soffrivo di cuore, sa...
- E basta?
- Comunicazione. Per la cistifellea...
- Ecco qua. Ha detto tutto. Chi è causa del suo mal pianga se stesso!
- E quindi?
- Lei ha una ragade cerebrale.
- Che è?!?!?!
- Grave, grave. Gravissimo. Forse mortale. Di certo, patologia cronica...
- O mio Dio!
- Ogni qual volta lei pensa, sbam, il pensiero strofina sulla parete del cervello, dove si trova la suddetta e schifosissima ragade e...
- ...e...?
- ...e brucia. Duole. Infiamma.
L'esimio, egregio, altissimo dottore aveva suggerito, come unica soluzione, il non-pensare.
"Non pensi, evada, fugga." - aveva detto, suggerendo un periodo di gestazione del male in un Paese estero, dove vivere mestamente, in un'umiliazione pressoché continua.
Il dottore, tra l'altro, era di indubbia bravura. Indiscutibile, ecco. Infallibile.
Difatti, era nientepopodimenoche colui il quale aveva prescritto ad un uomo stanco di vivere, con un'arguta diagnosi, un'onesta carriera al Petrolchimico del paese.
I ricordi sono ormai vaghi. La malattia è in uno stadio avanzato.
Ricordo un anziano signore, arrapato e gonfio, che pronuncia una cifra e due parole in latino. Ricordo lo sguardo stupito dei presenti e i miei occhi fissi sulla scollatura della docente bionda, la prof.ssa Aletto (la stessa che, vittima di qualche vandalo, trovò sul cofano della sua auto la scritta: "La morale è integra. Il resto non conta...").
Mi ero perso il senso dei latinismi e mi ritrovavo a stringere mani e a dare bacetti a sconosciuti che sorridevano fintamente.
Ebbi il tempo di respirare e contare fino a dieci. Mi ritrovai, ancora ubriaco, su un aereo diretto a Londra.
Alla dogana, un signore incravattato mi disse: "AI-DI".
Pensando alle caprette e al nonno, gli diedi il pezzo di carta che provava la mia esistenza su questo mondo. Lo girò e lo rigirò, poi mi guardò un po' schifato e sorridendo mi disse: "Italian?".
"Why not!" risposi.
Lui sorrise, io immaginai i suoi denti e i miei scarponi, gli uni terribilmente vicini agli altri.
(Scoprii solo tempo dopo che se la rideva perché gli italiani erano gli unici ad avere la carta d'identità di...carta! Il resto della bella comunità di cui pare facessimo parte, aveva adottato l'accoppiata plastica&chip.)
Non fu difficile trovare lavoro. Del resto, nessuno voleva lavorare nei fast-food. Puzzavano, erano aperti fino a tardi e raccoglievano relitti umani piuttosto che dipendenti.
Ero in qualche modo soddisfatto. Cappellino e grembiule, a fine serata, erano più puliti delle coscienze di tanti gentiluomini che avevo conosciuto fino a quel momento.
Quando lo dissi un po' imbarazzato a quel gran lavoratore di mio nonno, lui sorrise e poggiandomi una mano sulla spalla, disse qualcosa come: "Bravo. I veri uomini lavorano e questa è la cosa più importante".
Non durai molto, lo ammetto. Lavorai poi in un bar, capitanato da una simpatica anglosassone di origine indiana. Curry, amore e fantasia, per capirci.
La mia strategia era chiara, vincente: lavorare tutte le mattine, dall'alba fino a pranzo, per poi cercare lavoro e fare colloqui nel pomeriggio. Purtroppo le strategie vanno spesso a puttane e il freddo londinese delle 4 a.m. ti distrugge poco a poco.
In quel periodo stavo meglio. Il freddo glaciale, il vento del nord, mi impedivano di pensare e la ragade non bruciava. Di tanto in tanto un pensiero, timidamente, faceva capolino, si affacciava e chiedeva attenzioni ma il freddo lo ricacciava dentro, a volte uccidendolo.
Lavorai a quel bar per 5 mesi, conobbi un po' di gente, che poi diventò amica e, qualche tempo dopo, tornò di nuovo a essere gente, come se non l'avessi mai incontrata.
Di tanto in tanto, tra un caffè e un panino, mi capitava di pensare e quella schifosissima ragade tornava a bruciare.
"Non dovresti essere qui" o "Hai due lauree", erano pensieri che venivano a galla con troppa facilità. Cercavo di ancorarli al fondo con un "Tieni duro" o "C'è chi sta peggio di te" ma loro, inevitabilmente, tornavano su, indecenti e arroganti come solo alcune verità sanno essere.
A volte sembrava si mettessero d'accordo con "Manda tutto a puttane" e "Uccidili tutti" e attaccavano tutti insieme, come l'armata Brancaleone.
Niente da fare. Nisba, nada. Ho resistito.
Per un periodo riuscii ad ignorare la ragade e trovai uno stage in un'azienda (un internship, come lo chiamano loro) che si occupava dell'organizzazione di eventi per supportare giovani imprenditori inglesi.
A Natale tornai a casa.
Uscii dal Regno Unito con un coro Gospel dalle voci bianche. Quando dissi che sarei tornato, smisero di cantare.
Alla dogana, al rientro, un simpatico signore in sovrappeso mi ha chiesto l'AI-DI. Dopo averne verificato la rarità, ha sorriso, dicendomi che era cool che gli italiani lo avessero diverso dal resto d'Europa.
We also do it better - ho risposto. Il ciccione ha sorriso, benevolo.
Gennaio è un mese freddo. Chiudo gli occhi e penso. Sono un po' come Rambo, urlo "Non fa male, non fa male" e continuo a pensare.
Si, ho una triennale e una magistrale. E non dovrei essere qui.
Terrò duro, perché c'è chi sta peggio di me. E giuro che non ucciderò nessuno.
Perché in fondo so che tutto si sistemerà e, con un po' di fortuna, il vento soffierà dalla mia parte.
Ottavio Mussari
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